Una “cittadinanza delle donne” orfana del Centro Donna

di Renata Mannise – dalla Nuova Venezia di mercoledì 11 gennaio 2017
La recente campagna referendaria ha posto al centro del dibattito nazionale la nostra Carta Costituzionale e la straordinaria partecipazione al voto ha significato, in primis, che la legge fondamentale del nostro Stato è un patrimonio comune dal quale non si prescinde.

Forse, l’articolo che, più di altro, è impresso nelle menti delle cittadine e dei cittadini italiani è l’art.3 che afferma:” Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Tuttavia, al Costituente non bastò l’enunciazione teorica del principio d’eguaglianza. Infatti, nella consapevolezza di quanto fossero (e siano) radicati e pervicaci i fattori di diseguaglianza e di soggezione materiale, al secondo comma precisò: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Se al primo comma viene, perciò, sancito il principio di uguaglianza formale, il secondo impone allo Stato di intervenire per tentare di raggiungere l’uguaglianza sostanziale dei cittadini e delle cittadine. Risulta, allora, necessario adeguare le norme giuridiche (e le politiche locali e nazionali) ai vari aspetti della vita sociale trattando, in modo uguale, situazioni uguali e, in modo diverso, situazioni differenti. L’impegno dello Stato dovrà, così, essere teso non soltanto a eliminare ogni situazione di privilegio che offenda la pari dignità, ma anche promuovere una politica di sostegno e di aiuto che consenta la piena e libera affermazione della persona umana. Il principio di eguaglianza si lega, così, strettamente all’idea di cittadinanza: non può esistere un reale esercizio della cittadinanza lì dove non ci sia una pari dignità sociale atta a favorire il pieno sviluppo della persona umana e tale condizione può verificarsi solo garantendo pari opportunità di base e l’effettiva partecipazione di tutte e tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questi brevi cenni credo siano sufficienti per comprendere quale sia la stratificazione significativa di un’espressione quale “cittadinanza delle donne” e l’importanza che l’Amministrazione Comunale di Venezia ne preveda una specifica delega attribuita attualmente alla Vice-Sindaco, Luciana Colle. Si tratta di una delega che ha una lunga storia: un assessorato alla “condizione femminile” (questa era stata l’iniziale denominazione) fu istituito (primo in Italia) nel lontano 1975, con quella che, escludendo la Giunta Gianquinto dell’immediato dopoguerra, fu la Prima Giunta di Centro Sinistra. La delega fu assegnata ad Anna Palma Gasparini, poi, negli anni la denominazione (quasi ad indicare la maturazione e crescente consapevolezza della società civile e dell’Amministrazione Comunale che tentava di farsene interprete) mutò: divenne, nel 1988, alle “pari opportunità” con Giorgina Berto Nascimbeni, infine nel 1993, “alla cittadinanza delle donne” con Franca Bimbi e, da allora, il nome è rimasto tale.

La storia del Centro Donna, in questa città, a partire dall’occupazione di Villa Franchin nel lontano novembre del 1977, è stata strettamente connessa non soltanto alle politiche dell’Amministrazione Comunale nel suo complesso, ma anche a quella di un referato specifico che, nel corso degli anni ha assunto, appunto, il nome di “cittadinanza delle donne”. Per questo il Centro donna ha rappresentato, in tutti questi anni, un’esperienza profondamente innovativa e di avanguardia nel rapporto tra istituzioni e cittadinanza, tanto da divenire un modello a livello nazionale ed europeo.

L’attuale Giunta Comunale, dopo aver (con la delibera di giunta del 27 settembre 2016 «Riorganizzazione del Comune di Venezia — Attuazione seconda fase») “spacchettato” questo  “luogo di elaborazione politica e culturale autonoma e separata delle donne” (delibera istitutiva del “Centro donna” del 19 dicembre 1988 e successive integrazioni) attribuendo funzioni e servizi, che, in precedenza, erano unitari e coordinati, a direzioni ed assessorati diversi (la biblioteca di genere al sistema bibliotecario comunale e il Centro Antiviolenza all’Assessorato alla Coesione sociale), successivamente, con  la deliberazione n.366 del 22 novembre  (modifiche al funzionigramma), ha rivisto tali posizioni (probabilmente nel tentativo di rispondere all’allarme suscitato non solo tra le donne di questa città, ma addirittura a livello nazionale, tanto che Sinistra Italiana aveva presentato un’interrogazione parlamentare su questa questione, successivamente ritirata per il modificarsi della situazione) e ha riaccorpato la biblioteca al “Centro Donna”, assegnandola alla stessa direzione (coesione sociale) cui fa capo il “Centro donna”, ricostruendo così, quantomeno sulla carta, l’unitarietà del “Centro Donna”.

Perché lamentarsi, allora, visto che l’Amministrazione Comunale mantiene la delega alla Cittadinanza delle donne e garantisce l’unitarietà al “Centro donna”? Beh, forse, a chi non ha potuto seguire da vicino la questione, è sfuggito un “piccolo particolare”: il “Centro donna” non è di competenza della Vicesindaco Colle, che (nota bene) ha la delega alla Cittadinanza della donne, ma “dipende” dall’Assessore Venturini, che ha il referato alla “Coesione sociale”…! In casi come questi, veramente, la realtà supera ogni immaginazione…! Che “c’azzecca” la “coesione sociale” con il “Centro Donna”? E ancora: che senso ha mantenere una delega alla “cittadinanza delle donne” quand’essa è soltanto nominale, quando rimane orfana di una qualsiasi connessione con il Centro Donna, che è il luogo simbolico e reale della presenza delle donne nella città e dell’esercizio della loro cittadinanza attiva?

Sarebbe proprio il caso che chi ci governa iniziasse a rendersi conto che il 4 dicembre i cittadini, in maniera ancor più massiccia, le cittadine italiane hanno “rivotato” per la nostra Costituzione, probabilmente esprimendo, con il loro voto, soprattutto il desiderio che essa venga concretamente attuata a cominciare dai suoi principi fondamentali: dal diritto al lavoro alla salute, dall’istruzione alle politiche di genere.

Forse, sarebbe il caso che l’Amministrazione Comunale di Venezia iniziasse a comprendere che le città sono (o dovrebbero essere) i luoghi in cui maggiormente si può rendere effettiva la “cittadinanza” (compresa quella delle donne) intesa sia come partecipazione democratica alla vita pubblica sia come accesso a una serie di servizi volti a rimuovere quegli ”ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”

Renata Mannise
Comitato promotore Sinistra Italiana- Venezia

Lettera aperta alla vice sindaca Luciana Colle

di Renata Mannise.
Pubblicato sulla Nuova Venezia di martedì 22 novembre

Qualsiasi cittadina (o cittadino) di questa città abbia seguito, con un minimo d’attenzione, in queste ultime settimane, la vicenda del “Centro Donna”, circa la decisione assunta dalla Giunta comunale, con la delibera 276 dello scorso 27 settembre, non può non aver letto con costernazione il comunicato stampa dell’Amministrazione Comunale del 15/11/2016: “Centro donna: destituite di fondamento le notizie in merito alla chiusura”, dove si afferma che “l’ipotetica notizia della chiusura del Centro Donna da parte dell’Amministrazione comunale […] è falsa e si diffida chiunque dal veicolare notizie prive di fondamento

Mi rivolgo a Lei, Vicesindaco Colle, a Lei che ha la delega alla Cittadinanza della Donne, per chiedere se Le pare che questi siano i toni con cui rivolgersi alle donne di questa città che si sono mobilitate a difesa di un’istituzione, come il “Centro Donna”, che tanto ha significato per la vita democratica della nostra città e che è stato, per le donne un laboratorio di “cittadinanza attiva” e che di fatto, sin dalla sua nascita, si è caratterizzato come luogo-simbolo della battaglia delle donne, della loro emancipazione, della loro libertà.

Mi rivolgo a Lei per chiedere come si fa a non capire che la delibera di Giunta del 27 settembre snatura il servizio, smantellando la sua unicità: con la biblioteca di genere che passa al sistema bibliotecario comunale (divenendo una biblioteca tra le tante e perdendo ogni specificità) ed il Centro Antiviolenza che viene conglobato nel Referato alle Politiche sociali. Come si fa a non comprendere che il contrasto alla violenza di genere e, in primis, una battaglia culturale? Che il femminicidio non è altro che la punta dell’iceberg di una violenza sommersa e diffusa? Come si può non capire che separare il Centro Antiviolenza dalla stretta connessione con il “Centro Donna” significa non assumere, neppure sotto un profilo simbolico, quanto riconosciuto dalla Convenzione di Istanbul e cioè che “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali fra i sessi, che ha determinato discriminazioni e impedito la piena emancipazione”?

E Lei, in primis, vicesindaco Colle, che ha la delega Cittadinanza delle donne, come fa ad accettare che il Centro Antiviolenza non sia di Sua competenza? Come fa a ritenere che le donne di questa città possono esercitare appieno i loro “diritti di cittadinanza”, quando Lei non ha neppure la delega per occuparsi della violenza di genere, che è uno dei fondamentali meccanismi sociali attraverso cui le donne si trovano in posizione subordinata e costituisce il principale ostacolo al raggiungimento della parità dei sessi e, di conseguenza, all’esercizio di una cittadinanza attiva?

Renata Mannise

Comitato Promotore Sinistra Italiana Venezia

Referendum costituzionale, ecco perché gli ambientalisti devono votare NO

(Tratto da EcoMagazine)  Non è solo sul futuro del bicameralismo paritario, che saremo chiamati a decidere domenica 4 dicembre.

La revisione del Titolo V della Costituzione nasconde un tentativo – vergognosamente mascherato sotto il velo della “riduzione del numero dei parlamentari” e del “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”, che si legge nel quesito referendario – di espropriare democrazia ai territori per accentrarla nelle mani di un apparato governativo che – qualsiasi sia il suo colore politico – è sempre di più un obbediente e prono portavoce dei dettami della finanza.

Basti solo pensare che l’introduzione della clausola di “supremazia statale”, tanto cara alla Boschi e Renzi, su temi come l’energia, le infrastrutture, il governo del territorio, avrebbe reso impossibile condurre battaglie come quelle, vinte, per l’acqua pubblica e contro il nucleare o come quella, persa ma che comunque qualche risultato lo ha ottenuto, sulle trivelle.

Il disegno renziano di accentramento del potere non può essere accettato supinamente da chi si definisce ambientalista e crede in un allargamento della democrazia capace di includere i territori in cui conduce le sue battaglie, e si batte per una società slegata dai condizionamenti di un sistema economico che ha causato la crisi e i cambiamenti climatici.

Una visione di un futuro possibile e indispensabile, totalmente in contrasto con quella che sta proponendo il premier Matteo Renzi con questa riforma raffazzonata e, volutamente, poco chiara che si inserisce nell’ondata populista e antidemocratica che, proprio grazie al democratico strumento del voto (che non significa affatto “partecipazione”), sta investendo il mondo intero e che ha portato all’affermarsi di partiti filo nazisti in tanti Paesi dell’est europeo, alla Brexit in Gran Bretagna e all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti.

Una ondata che ha come principale nemico l’ambiente e coloro che si oppongono alla sua devastazione e trasformazione in merce. Perché altro non è che il riflesso politico dei cambiamenti climatici.

Per questo, oltre 150 comitati territoriali, dai No Tav ai No Muos, da Stop Biocidio a Medici per l’Ambiente – la lista completa la potete leggere a questo link – hanno deciso di prendere posizione contro la riforma costituzionale con un appello. Una scelta doverosa per difendere non soltanto la pratica di rappresentanza contro chi vorrebbe arrogarsi il potere di scegliere i membri del senato, ma anche il diritto di poter continuare a lottare dai nostri territori per difendere salute, ambiente, diritti e beni comuni. In altre parole, per difendere la democrazia. Quella vera. Quella dal basso e partecipata, come solo chi ama, rispetta e cura l’ambiente in cui vive la può intendere.

“La riforma Costituzionale formalizzata dal Governo Renzi, e sostenuta da Confindustria e dalle lobbies finanziarie ed economiche è un attacco diretto alla nostra possibilità di decidere sul futuro delle nostre vite e dei nostri territori. – si legge nell’appello – Un ulteriore e definitivo attacco da parte di quello stesso Governo che, in spregio ai valori della democrazia, ha sbeffeggiato con un #ciaone gli oltre 13 milioni di persone che il 17 Aprile scorso hanno votato per un modello energetico libero dal petrolio”.

Domenica 4 dicembre, gli ambientalisti sbarrando la casella del No sulla scheda, avranno la possibilità di restituire il #ciaone a Renzi ed ai suoi referenti finanziari lanciando un segnale forte che affermi che, se si deve ammodernare la Costituzione, lo si faccia come hanno fatto Germania, Spagne e Francia, introducendo la tutela dell’ambiente, il principio di precauzione e la difesa delle generazioni future.

Tutte cose verso le quali la riforma renziana marcia in senso opposto, partorita come è da un sistema economica che si basa ancora sull’aggressione e sulla mercificazione dei beni comuni e delle risorse ambientali.

Come dobbiamo dirvelo che l’inceneritore non lo vogliamo?

(Tratto da EcoMagazine) E sempre all’erta bisogna stare! L’Sg31, buttato fuori dalla porta grazie ad una dura mobilitazione popolare, rischia di rientrare dalla finestra della partecipata. Finestra  spalancata dalla cessione del 40% delle quote di Veritas alla srl Ecoprogetto. E il marcio non è solo in Danimarca evidentemente, considerato che della ventilata riapertura dell’inceneritore, se non addirittura della costruzione di un nuovo impianto nella stessa area, ne siamo venuto a sapere soltanto grazie all’allarme lanciato dal sindaco di Mira, il pentastellato Alvise Maniero, che ha prontamente informato la stampa non appena ne ha avuto notizia. C’è da chiedersi dove fossero gli altri 42 sindaci che pure fanno parte del consiglio di Bacino. A parte il Brugnaro “Gigio” che, di sicuro, stava sparlando di “schei” o di “sicurezza” davanti a qualche microfono. Ed è proprio sulla mancata trasparenza che il presidente della municipalità di Marghera ha puntato l’indice, questo pomeriggio, durante la riunione del consiglio. Un consiglio che sembrava più una assemblea popolare, pieno com’era di cittadini incazzati e preoccupati. “Proprio sul campo della gestione dei rifiuti bisognerebbe garantire la massima trasparenza – ha commentato l’ambientalista in apertura del dibattito -. Non è un caso che recentemente ci siano stati due attentati ai mezzi e agli impianti di trattamento, uno dei quali ha colpito proprio Veritas. I rifiuti, se non sono gestiti in maniera chiara e pulita, causano inquinamento ambientale e criminale”.

Il comunicato con il quale la partecipata Veritas, prende le distanze dal progetto Sg31 è sicuramente un passo avanti in questa battaglia per un futuro sostenibile – e non solo dal punto di vista ambientale ma anche economico considerato che, Parigi insegna, o saremo green o non saremo niente – ma rimane comunque una presa di posizione assolutamente non vincolante, perlomeno sino a quando il consiglio di Bacino formalizzerà la bocciatura del progetto.

Con un comunicato congiunto, si sono fatto sentire anche l’assemblea contro il Rischio chimico e il comitato Opzione zero che invitano i cittadini a tempestare di mail la posta dei membri del consiglio di Bacino ed a partecipare con pentole e fischietti al presidio che si svolgerà domani, alle ore 9 davanti a Veritas, via Porto di Cavergnano, Mestre, proprio in concomitanza con la riunione del consiglio.

La preoccupazione che gli interessi economici privati delle società legate all’incenerimento dei rifiuti prevalga sulla tutela dell’ambiente e della salute pubblica è forte, nonostante le rassicurazione di Veritas secondo cui Venezia non tornerà indietro dalla politica avviata dalla precedente amministrazione comunale che era riuscita a chiudere l’ultimo inceneritore potenziando la differenziata. Ma oggi, in laguna, l’aria tira da un altro versante.

E sempre all’erta bisogna stare, dicono i comitati ambientalisti. Nel Veneto, come in tutta Italia, chi parla di riciclo, riuso, riduzione, raccolta e recupero viene visto come un nemico dello “sviluppo” economico. L’Europa è ancora lontana. Alle mafie dei rifiuti va bene così. Ma i comitati, i movimenti e gli ambientalisti sono pronti alla mobilitazione. Sanno che dei comunicati non ci si può fidare. Non con questi sindaci, non con questa Regione, non con questo Governo.

Città d’Europa protagoniste del cambiamento tra guerre e migrazioni

In una Europa aperta ma composta da nazioni chiuse – ha spiegato Luciana Castellina – le contraddizioni si concentrano sulle città. Ed è da questi luoghi, sociali e politici, che dovrà partire il cambiamento. Ed è proprio sotto questa lente che la nascente Sinistra Italiana della nostra provincia ha scelto di aprire l’autunno politico veneziano con un dibattito sul tema “Dalle città all’Europa”, svoltosi ieri pomeriggio a Venezia, in una sala San Leonardo gremita di gente.

L’obiettivo dell’incontro è stato quello di “riprendere il mano il bandolo della matassa” dopo la pausa estiva – ha spiegato nella sua introduzione Mattia Orlando – per tessere da protagonisti “le trame di un futuro ancora incerto al quel arriviamo dopo un passato di conflittualità”. A far gli onori di casa,  Anna Messinis, consigliera di circoscrizione di 2020Ve e e vice presidente della Municipalità di Venezia. Città che è uno dei punti focali del cambiamento cui accennavamo. Ma tutto in negativo. “Dopo un anno di giunta Brugnaro, possiamo affermare che Venezia è diventata un laboratorio di politiche populiste, tradendo la sua antica tradizione di città aperta e la sua ancora più antica e, allo stesso tempo, innovativa vocazione di città capace di tutelare il suo ambiente”. La democrazia ha lasciato il posto alla tecnica gestionale, ha spiegato la consigliera. Il welfare è stato abbandonato in nome del profitto privato e l’ambiente è letto solo come merce da vendere. “Il degrado di cui tanto si parla, nasce proprio da questa visione commerciale del mondo e della città. Le soluzioni che il sindaco propone, come quella di colpire il turismo ‘straccione’ a favore di quello ricco, è un rimedio peggiore del male. La strada dovrebbe essere, al contrario, quella di valorizzare  le proposte dei tanti movimenti e dei tantissimi cittadini che si battono per una Venezia diversa e per una diversa economia: aiutare la residenzialità locale, l’artigianato e le altre attività non necessariamente legate al turismo, per ridare linfa vitale e dignità a chi vuole costruire in laguna il suo futuro”.

Dal grigione di una Venezia dall’incerto futuro, la giornalista Luciana Castellina spazia verso una lucida analisi del momento politico europeo. E comincia col dire che le elezioni non bastano più per garantire democrazia e, ancor meno, partecipazione. “Il primo danno fatto dal governo Renzi è stato quello di dichiarare la politica incompetente a dare risposte ai bisogni delle persone. In questo modo, il partito degli affari ha pressoché nullificato la democrazia. Ripartire sarà difficile perché è necessario ricostruire tutta la pratica democratica e non basterà mettere una croce su una scheda. La sinistra non deve più fare l’errore di adagiarsi solo sulle consultazioni elettorali ma diventare protagonista dei cambiamenti nel sociale. Dobbiamo costruire una nuova democrazia e la strada è quella di riscoprire e ridare dignità alla politica”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Valentina Orazzini, responsabile per l’Europa di Fiom, che sottolinea l’importanza di riappropiarsi di fiducia e speranza. “Il problema non è solo quello di andare al governo. La Grecia insegna che non è sufficiente il potere politico per cambiare le politiche neoliberiste. Il nostro obiettivo è piuttosto quello di costruire una forte opposizione sociale e di mettere in rete i movimenti di opposizione per costruire dal basso il cambiamento”. Le fa eco Martina Carpani, Rete per la Conoscenza: “Più che interrogarsi sulle alleanze politiche e sugli andamenti dei flussi elettorali, la nascente sinistra dovrebbe chiedersi come vuole rappresentare e costruire il nuovo”.

A questo punto viene da chiedersi se la citata sinistra italiana sia finalmente pronta a slegarsi dal mito della “conquista del palazzo d’Inverno” e dei “diecimila anni” di felice socialismo che ne sarebbero derivati, magari per capire che il progresso sociale si costruisce giorno dopo giorno alzando sempre di più l’asticella del conflitto tra movimenti e un potere politico, o meglio ancora, economico, che per sua natura tende a “piramidizzarsi” verso l’alto, indipendentemente da chi siede nella stanza dei bottoni. La nascente Sinistra italiana, ad esempio, sarà l’ennesimo partito tradizionale o qualcosa di davvero nuovo? Non ha esitazioni, Nicola Fratoianni, deputato e promotore di SI. “Abbiamo tante cose difficili da fare. Il problema è come farle. Non ho dubbi che è necessario costruire un partito capace di raccogliere le opposizioni a questo sistema, mettere insieme idee e proposte e dare gambe a tutto ciò”.