Partire con il piede giusto

Giorgio Orsoni ha vinto e Renato Brunetta ha perso: questo può essere il punto di inizio di una nuova stagione politica veneziana. Il messaggio che viene dal voto è inequivocabile: Venezia vuole essere una città aperta, solidale e capace di interpretare sino in fondo le sfide della modernità. Giusta dunque la soddisfazione delle forze politiche e sociali che hanno sostenuto Orsoni: aver riaffermato con il consenso degli elettori che questa città vuole guardare avanti, che Venezia intende restare un punto di incontro delle persone, un luogo di scambio delle idee e dei progetti che animano, nel bene e nel male, il mondo e la contemporaneità. Soddisfatti ma lucidi, contenti ma memori: questo l’approccio che vorremmo caratterizzasse questa prima fase di progettazione politica e istituzionale. Lucidi, perché non si pu dimenticare che l’astensionismo ha continuato a crescere. Purtroppo, una parte dell’elettorato veneziano non crede e non spera più che la politica possa divenire buona politica. Altri concittadini, con motivazioni non molto diverse, hanno deciso di mandare a tutti noi un segnale di allarme, affermando, tra le altre cose, che destra e sinistra «per me pari sono». Memori, perché le precedenti amministrazioni non hanno saputo contrarrestare con la necessaria determinazione alcuni dei fenomeni che stanno logorando l’economia e la società veneziana: dal dilagare della monocultura turistica al ridursi inesorabile del patrimonio e delle funzioni pubbliche nella città storica; dalla crisi di Porto Marghera alle incombenti speculazioni immobiliari di Tessera. Ora Giorgio Orsoni e il neo-consiglio comunale dovranno farsi carico di queste aspirazioni e di queste difficoltà, affermando senza incertezze una stagione di novità e di democrazia. A partire dal programma del sindaco, per esempio. Un programma forte, ricco di indicazioni e di scelte coraggiose; un programma con molte azioni concrete e misurabili. Se, come noi ci auguriamo, la nuova amministrazione vorrà contribuire a ricostruire un patto fiduciario civico, dovrà dire con chiarezza ai cittadini: faremo sul serio e manterremo quanto annunciato in campagna elettorale; e se qualcosa dovrà essere corretto, verificato, modificato, lo faremo coinvolgendo voi cittadini. Informazione, controllo, responsabiità: queste tre parole d’ordine dovrebbero essere annuncipte dal nuovo, sindaco in occasione della prima seduta del consiglio comunale. Sarebbe un segnale evidente che si vuol fare sul serio. Oltre l’autoreferenzialità burocratica, oltre il realismo tecnico, ci sono i cittadini. Cittadini che non vogliono essere considerati popolino manipolabile ma popolo sovrano. Che Venezia sia una città complessa e che la modernità sia sfida ardua, nessuno ne dubita e nessuno considera facile il compito che i nuovi amministratori comunali si troveranno di fronte. Facciamo dunque partecipare la città alle scelte decisive, alla verifica degli impegni, alla denuncia di chi per interessi leciti o meno leciti remerà contro. Sarà un modo concreto e immediato di ridare fiato alla democrazia e alle forme di rappresentanza. Caro sindaco, partiamo con il piede giusto: tutto sarà un po’ meno difficile, e utile al bene comune.

Giovanni Pellizzato
Giampietro Pizzo

Carcere, luogo della città

L’ennesimo suicidio nelle sovraffollate carceri italiane – il ventesimo dall’inizio dell’anno, uno alla settimana – pone con prepotenza al centro della nostra attenzione il problema delle carceri, della vita che vi si svolge all’interno, del sovraffollamento, della difficoltà di costruire – nonostante gli sforzi delle amministrazioni penitenziarie, dei volontari e del privato sociale – percorsi di reintegrazione e recupero per le persone detenute.

Come fare perché il carcere non sia più vissuto come un luogo separato dalla città, ma come uno dei “territori” della città, una delle tante parti che, nel bene e nel male, la costituiscono? Una città è un insieme di luoghi, di persone, di ambienti e soprattutto di relazioni. Un carcere è un luogo nel quale molte persone dei più diversi ambienti hanno bisogno di costruire relazioni. Ma tra la città e il carcere le relazioni sono difficili. La direzione carceraria, la polizia penitenziaria, gli educatori, gli operatori, le cooperative sociali, i volontari, cercano ogni giorno di costruire nelle loro esperienze di lavoro o di volontariato un “territorio delle relazioni”. Basta seguire anche solo per un giorno come funziona il “tempo del carcere” per rendersene conto. Ma questi sforzi, purtroppo, rimangono circoscritti all’ambito carcerario. Non vi è permeabilità tra il dentro e il fuori. E per molti detenuti la mancanza di relazione con l’esterno diventa un problema, quando si avvicina ad esempio la fine della pena e ci si deve organizzare per il reinserimento nella società.

A Venezia ci sono tre carceri. La più nota è certamente la Casa Circondariale maschile di Santa Maria Maggiore. E’ una struttura che, negli ultimi anni, ha subito notevoli interventi di miglioramento  delle condizioni di vita dei carcerati i quali ad esempio dispongono di doccia e di bagno in ogni cella, ma dove il cronico sovraffollamento difficilmente garantisce una adeguata protezione. Prova ne è i suicidi in carcere che anche a Venezia nel 2009 hanno funestato la città. Poi vi è il Carcere Femminile alla Giudecca, nel quale trovano luogo alcune delle esperienze più interessanti di lavoro in carcere, come nel caso del laboratorio di  cosmetica e dell’orto biologico, due fiori all’occhiello del carcere, o della lavanderia che di recente  è stata dotata di impianti moderni e più efficienti e che oggi è una realtà produttiva di tutto rispetto. E infine vi è la SAT, la Struttura Attenuata per Tossicodipendenti, sempre alla Giudecca.

Ma questi tre luoghi, per quanto ristrutturati,  per quanto dotati di servizi,  per quanto attivi dal punto di vista  delle possibilità di lavorare all’interno del carcere,  sono comunque luoghi separati dalla città, dal mondo. Sono comunque sempre “carcere”.  E la separazione è ancora più netta se si pensa al sistema delle informazioni e dei servizi.  Un sistema di relazioni adeguato  al funzionamento della città presume l’organizzazione di un insieme di informazioni e di servizi che vengano  forniti alla popolazione. A partire dall’URP fino ai call center privati, la nostra vita è segnata  da informazioni e servizi.  Ma la popolazione segregata non può accedere a questi servizi. Ai reclusi questi servizi sono preclusi.

Il Comune di Venezia negli ultimi anni ha molto innovato in questo senso, aprendo con propri operatori – in collaborazione con l’amministrazione penitenziaria – sportelli informativi all’interno delle strutture carcerarie destinati ai detenuti e contribuendo ad aprire e sostenendo uno sportello informativo esterno, rivolto a familiari ed ex detenuti. Sono piccoli passi verso l’integrazione del carcere nella città, un tassello di quel ricco patrimonio di politiche e servizi sociali di eccellenza che la nostra città sa offrire ai suoi cittadini, a tutti i cittadini, compresa la popolazione detenuta nelle carceri cittadine. Tuttavia questo insieme di servizi e di attenzione ai più deboli va rafforzato ancora di più. Altrimenti il rischio è di lasciare soli non solo i detenuti, ma anche coloro che, nelle stesse difficoltà organizzative e logistiche, ogni giorno si adoperano per rendere vivibile quel territorio difficile e separato dal resto della città.

Federico Della Puppa

A Venezia poteva finire come a Mantova

BETTIN: “A VENEZIA POTEVA FINIRE COME A MANTOVA”
VENEZIA, 13 APR – “Al ballottaggio Mantova e’ stata persa dopo decenni dal centrosinistra esattamente perché, in quella vicenda, il centrosinistra locale ha commesso tutti gli errori che a Venezia sono stati invece evitati, finora.” L’esponente dei Verdi e della civica InComune Gianfranco Bettin invita a “studiare e comparare con attenzione i diversi casi di Mantova e di Venezia così come si sono prodotti in queste elezioni” proseguendo “con spirito unitario” l’esperienza varata in laguna. “Un modo competitivo ma al tempo stesso solidale e unitario di concepire e praticare le primarie per la scelta del candidato sindaco, – sottolinea Bettin elencando i ‘meriti’ di Venezia – l’apertura da parte di tutta la coalizione ad apporti nuovi, con l’alleanza tra un centro moderato e riformista e una sinistra capace di rinnovarsi; il mix tra esperienza e radicamento delle forze tradizionali e di tante figure e personalità rappresentative della coalizione e la forte innovazione programmatica e di personale politico; il consapevole passaggio di testimone tra il sindaco di un’intera epoca, Massimo Cacciari, e il successore scelto dalle primarie, Giorgio Orsoni, deciso a cominciare un ciclo nuovo dopo questi anni di buon governo”. “Tutto questo ha prodotto la vittoria di Venezia – osserva – Non era ovvio. Poteva finire come a Mantova e in tanti altri comuni. Dobbiamo esserne consapevoli – conclude – e lavorare con spirito unitario e lungimiranza, per il bene della città”.

Il problema della casa

Il problema della casa continua a rappresentare una delle questioni cruciali per la dignitosa sopravvivenza di vasti strati di popolazione. Per le persone più giovani, più mobili culturalmente, o più precarie professionalmente questo problema si presenta come l’impossibilità di accedere ad una abitazione in affitto a costi accettabili. Per chi non ha la proprietà dell’abitazione dovere spendere per l’affitto cifre che spesso superano il cinquanta per cento del proprio reddito costringe a condizioni di vita precarie o impedisce di fatto ogni autonomia abitativa. Ciò comporta, oltre alle conseguenze sulle famiglie, soprattutto quelle di nuova formazione, che si traducono in una depressione generale del livello di vita, gravi conseguenze sugli assetti economici e sociali più complessivi del nostro Paese. La scarsa capacità di spesa di quote significative di popolazione per consumi essenziali, che non sono solo quelli legati alla mera sussistenza, implica un indebolimento del mercato e della produzione; la scarsa mobilità sul territorio di persone che, la mancanza o il costo eccessivo delle abitazioni, impedisce di spostarsi da una città all’altra per rispondere alle opportunità di lavoro o alle legittime aspirazioni di vita, implica una rigidità nel mercato del lavoro che si traduce in forme di rigidità e di arretratezza di tutta l’economia italiana.

La risposta alla domanda di abitazioni in affitto a un canone accessibile è stata trovata nella formula del social housing. Di social housing si parla da tempo, molte sono le proposte in campo, pochi sono gli esempi realizzati che possano costituire un modello accettabile e ripetibile. Il motivo non sta nella particolare difficoltà che comporta mettere sul mercato abitazioni con queste caratteristiche, ma in uno snodo procedurale decisivo, che, nelle proposte fin qui fatte, non viene affrontato nel modo giusto. Parlo del fatto che le abitazioni in social housing possono essere realizzate esclusivamente dalle Amministrazioni Pubbliche e la componente privata deve limitarsi alla parte realizzativa. Tutte le proposte finora in campo hanno al contrario sempre previsto complicate formule volte a fare realizzare tali interventi ai privati, ritenendo che le Amministrazioni Pubbliche non abbiano le risorse tecniche o economiche per affrontare il problema. Le cose non stanno così.

Il basso costo dell’affitto può essere praticato solo se i costi di realizzazione degli immobili sono contenuti: e i costi possono essere contenuti solo in assenza di oneri, se vi è la disponibilità delle aree, se non vi sono attese di reddito da parte di chi promuove gli interventi e se non vi sono, o sono molto limitati, i costi di gestione.

L’intervento fatto dai privati non risponde a nessuna di queste condizioni.

Le aree sono private e nel conto economico vengono giustamente valutate al valore di mercato. Ciò non cambia quando le aree vengono fornite ai privati dai Comuni che, privandosi di un patrimonio, debbono attribuirgli un valore. Gli oneri di costruzione debbono essere versati. Il privato che interviene deve remunerare il proprio rischio d’impresa e i propri oneri finanziari e deve realizzare le aspettative di reddito connesse al proprio ruolo imprenditoriale. La gestione verrà affidata a soggetti che hanno anch’essi delle giuste aspettative economiche. La somma di tutte queste voci di costo rende infattibili vere operazioni di social housing, che, là dove vengono spacciate come tali, sono solo operazioni a termine dove l’affitto a basso canone viene garantito per un numero limitato di anni, dopo di che l’abitazione torna nella piena disponibilità del promotore privato per la sua collocazione ai valori di mercato.

Al contrario, nessuno di questi oneri entra in gioco qualora le abitazioni vengano realizzate dall’Amministrazione Pubblica.

In questo caso le abitazioni rimangono di proprietà pubblica e disponibili indefinitamente per essere affittate a prezzi calmierati. Se le aree sono già di proprietà pubblica e tali rimarranno, non incidono sui costi dell’intervento; se il Comune deve procurarsele, ciò può essere fatto a costo zero o comunque molto contenuto, attraverso semplici manovre urbanistiche. Gli oneri di costruzione non incidono. Il ricorso al mercato finanziario per realizzare gli interventi può essere fatto dai Comuni alle condizioni più vantaggiose. I Comuni non hanno aspettative di rendita, che comunque si realizzeranno nel lungo periodo, quando gli interventi saranno ammortizzati. Ogni Comune gestisce già uno stock di edilizia pubblica, o direttamente, o attraverso società partecipate, o attraverso le Aziende Territoriali e l’aumento del parco abitazioni da gestire non incide in modo significativo sui costi già in atto.

Per questi motivi l’intervento diretto da parte dei Comuni rende fattibili le operazioni di social housing in quanto gli affitti debbono remunerare costi molto più contenuti, le rende permanenti, arricchisce il patrimonio pubblico e lo trasforma in una rendita nel lungo periodo.

Cosi’ impostate le operazioni di social housing – vale a dire partendo dalla disponibilità pubblica delle aree, recuperando i finanziamenti dal mercato con operazioni di lungo periodo (trenta anni) e ai migliori tassi, con ridotte spese di gestione, realizzando gli interventi attraverso appalti rigidamente controllati – potrebbero mettere sul mercato abitazioni da affittare a prezzi considerevolmente inferiori a quelli di mercato (che, in alcune realtà territoriali potrebbero raggiungere anche ribassi del 40/50%) e a costo zero per i Comuni in quanto la restituzione del capitale, degli interessi, degli oneri di gestione e delle manutenzioni anche straordinarie dopo un congruo periodo di tempo, verrebbe sostenuto dagli affitti.

In ogni caso una seria politica di Stato e Regioni in questa direzione potrebbe attivare, con finanziamenti pubblici contenuti e certamente con incentivi di tipo fiscale (per esempio azzerando l’IVA dovuta dai Comuni per questo tipo di interventi), una operatività tendente in prospettiva a rispondere alla totalità della domanda di abitazioni a canone sociale.

Questo risultato sarebbe la combinazione della possibilità di procedere in modo tendenzialmente indefinito nella realizzazione di questo tipo di abitazioni in quanto il loro costo non graverebbe sulle finanze comunali e del fatto che, a fronte di un’offerta di abitazioni pubbliche in affitto a basso costo, anche il mercato privato si adeguerebbe progressivamente a quei valori, aumentando in modo considerevole l’offerta di abitazioni di questo genere.

Infine, se ciò fosse il risultato di politiche nazionali e non della semplice iniziativa di qualche Comune, le abitazioni in social housing potrebbero, pur restando di proprietà delle singole amministrazioni che le hanno realizzate, entrare in un “catalogo” nazionale a cui gli utenti possano attingere in caso di trasferimento da una città ad un’altra, e costituire nel tempo una vasta rete di appoggio alle necessità di mobilità della popolazione sul territorio nazionale.

Se governo e regioni volessero fare una politica della casa con un elevato rapporto tra investimenti statali, ricadute sul mercato ed effetti sociali, potrebbero mettere in campo delle manovre molto semplici agendo sul patrimonio pubblico, su manovre fiscali e attraverso finanziamenti diretti.   Il federalismo demaniale, che deve coinvolgere anche e soprattutto i beni oggi nella disponibilità della Difesa, è l’occasione per dare ai Comuni importanti compendi immobiliari vincolandoli alla realizzazione di social housing. Dunque, volendolo, le aree sarebbero disponibili anche per quelle amministrazioni comunali che non avessero attualmente una adeguata disponibilità, e senza dovere prevedere nuove occupazioni di suolo. Si parla di riforme fiscali: si potrebbe cominciare da una riforma che alleggerisse gli oneri fiscali, eliminando l’IVA sulle costruzioni pubbliche di housing sociale. Infine, sul fronte dei finanziamenti, utilizzare una parte dei fondi previsti per il piano casa per risarcire la quota di interesse a carico dei Comuni che si riforniscono sul mercato finanziario per i propri interventi, sarebbe sufficiente per attivare una imponente politica nazionale di social housing; per fare delle cifre, con circa centocinquanta milioni di euro all’anno potrebbe essere attivata la realizzazione di centomila nuovi alloggi.

Per concludere, la realizzazione di abitazioni in affitto a canone accessibile da parte dei comuni è fattibile senza oneri per i Comuni stessi, è in grado di produrre imponenti ricadute positive sulle famiglie e sull’economia nazionale, è tutta e solo nelle mani dei decisori politici.

Roberto D’Agostino

9/4/10

Venezia, qualche giorno dopo _ Roberto Ferrucci

Cammini per Venezia, disimpegnandoti fra trolley multicolori, dribblando turisti impalati a cercare di sbrogliare sulla mappa il labirinto urbanistico più riuscito del mondo, e respiri un’aria che nel resto del paese manca da troppi anni. Da qualche giorno la maggioranza dei veneziani si muove fra le calli con passo più disinvolto, leggero. Sorridono, addirittura. Per mesi, non solo avevamo temuto, ma eravamo convinti che anche quest’isola e la sua terraferma fossero destinate a uniformarsi al resto della regione, all’andazzo della penisola intera, soggiogata dal capo e dai suoi slogan. E Venezia, finora, si era sempre tenuta lontana da tutto ciò. La convinzione si manifestò una sera di fine gennaio quando, improvvisi come la nebbia, degli enormi ritratti su sfondo azzurro apparvero a ogni imbarcadero della città (e a ogni fermata d’autobus a Mestre, anche se più piccoli). Laddove oggi aspetti il vaporetto osservando un bimbo biondissimo che imbracato a zaino sulle spalle di un padre biondissimo indica la gondola pronunciando un inevitabile “oohh”, qui, da quella sera di fine gennaio, i veneziani furono costretti a condividere le loro abituali attese all’imbarcadero assieme al faccione enorme di Renato Brunetta. Un manifesto che pullulava amore: musana (come si dice da queste parti) color dell’argento dei Baci, e sfondo azzurro con autografo in bianco come la scatola dei Baci. Eravamo del resto prossimi a San Valentino e non lontani né dal “vile attentato” con statuina, né dalla manifestazione dell’amore che vince sull’odio e sull’invidia. E noi, invidiosi, li abbiamo odiati subito, quei manifesti. Furono sufficienti però un paio di giorni, a trasformare quell’invasione in una performance creativa. Mani anonime li camuffarono nei modi più svariati fino al punto che – più mani, tante mani – a Ca’ Rezzonico, capovolsero il ministro, lo misero sottosopra. E quando i manifesti ritoccati venivano sostituiti, le anonime mani tornavano a intervenire all’istante. Quell’inizio di rivolta alla più opulenta, ostentata e invadente campagna elettorale (di una sola parte) mai vista a Venezia, forse poteva essere indicativa. Ma è possibile, a vostro avviso, oggi, in Italia, essere convinti che ciò che è logico si affermi? No. Nonostante i manifesti trasformati in installazioni artistiche, la maggior parte di noi veneziani era terrorizzata da Brunetta. Poi però, il centro sinistra veneziano (che oggi tutti chiamano laboratorio e tutti si augurano lo diventi davvero) ha deciso, un po’ per forza, un po’ per scelta, di rispondere con l’atteggiamento opposto. Una campagna elettorale essenziale, niente proclami, niente promesse impossibili, pochi manifesti, rarissimi volantini, a volte autoprodotti in casa. Giorgio Orsoni, il nuovo sindaco, è l’esatto opposto del ministro più amato dagli italiani. Mentre l’altro riceveva gli elettori nelle sfarzose sale dei migliori hotel veneziani, Orsoni girava per la città, tornava cioè a fare ciò che la sinistra si è fatta scippare dalla Lega. E ha vinto.

C’è una foto di Venezia che gira in rete. Venezia tutta intera, vista da quattrocento chilometri d’altezza, posta al centro della sua laguna, tutto un degradare di verdi e di azzurri e, in mezzo, Venezia che è un pesce color rosso veneziano. L’ha scattata l’astronauta Soichi Noguchi, il giorno dopo il risultato delle elezioni amministrative. Chissà se è per quello, allora – per lo scampato pericolo di una Venezia uniformata al resto del Veneto, la regione più a destra d’Italia – che il cielo sopra Venezia, quel 31 marzo, era così limpido, con dei colori così netti, inequivocabili. Un’immagine bellissima, ma che è anche un simbolo: Venezia la rossa (rosso veneziano, però, che non è proprio rosso rosso) circondata di verde e di azzurro. Più verde che azzurro. Quel verde color leghista, che vedi spuntare dal taschino di Luca Zaia o pendere giù dal collo di Flavio Tosi o schiumare dagli occhi e dalla bava di Giancarlo Gentilini. Un verde che ogni seconda domenica di settembre invade la città e chi abita dalle parti di Castello – il quartiere più popolare di Venezia – si è abituato a vedere e, soprattutto, ad ascoltare. Proclami da galera lanciati dal palco padano, slogan satolli di puro razzismo, urlati in Riva dei Sette Martiri. Ciò accade, paradosso, nella città forse meno leghista di tutto il nord Italia. Una città che il giorno prima della foto scattata dallo spazio, aveva respinto l’assalto del sedicente più amato ministro della Repubblica (e pure sedicente candidato al Nobel per l’economia) Renato Brunetta. Camminarci oggi, in Riva dei Sette Martiri, fermarsi davanti alla targa che ricorda l’eccidio nazista del 3 agosto 1944, e poi sedersi al bar a leggere o a scrivere (come fanno solo i turisti stranieri, ormai), è un sollievo. Di fronte, il panorama più bello del mondo e c’era già chi dava per certo il cambio di toponomastica di questo posto: Riva dei popoli padani. E chissà cosa avrebbero scelto per l’attigua via Garibaldi, cuore di Castello.

Passeggiamo leggeri, noi veneziani, sì. E passando accanto al “Bambino con la rana”, la statua di Charles Ray in Punta della Dogana, attorniata di visitatori che la fotografano prima di cambiare inquadratura e fare clic sul colpo d’occhio mozzafiato che hanno di fronte, al confine fra Bacino San Marco e Canale della Giudecca, guardi la statua con sollievo. Il bambino di marmo si è salvato dal proclama dell’aspirante imperatore-ministro, che in campagna elettorale aveva giurato l’avrebbe rimossa. Mentre non avrebbe affatto rimosso le grandi navi che solcano queste acque quotidianamente da marzo a novembre. “I passeggeri vogliono fotografare il Campanile e Palazzo Ducale? Portano denaro, lasciamoglielo fare”, ha detto cinico in campagna elettorale, esaltando le navi da crociera. Tipo quella che sta passando adesso, una MSC, che oscura il cielo, cancella l’isola della Giudecca, sovrasta Piazza San Marco, smuove là sotto, tonnellate d’acqua, devasta i fondali e le fondamenta della città. Il livello di inquinamento dei suoi fumi e la quantità di polveri sottili che sparge nell’aria sono paragonabili a quelle registrate vicino alla tangenziale di Mestre. Spesso ne passano anche sette al giorno. Orsoni ha promesso che non passeranno più di là.

La passeggiata sta finendo e te la godi fino in fondo perché, lo sai bene, questo sollievo non durerà a lungo. Svanito l’entusiasmo di questi giorni, sfumato il senso di leggerezza dopo il durissimo lavoro di questi mesi per far fronte al pericolo, sarà un senso di accerchiamento a prendere il sopravvento. Guarderai al di là dei confini comunali e ti verrà voglia di proporre una secessione al contrario. No, non che l’inesistente padania (con la p minuscola, ché, appunto, la padania non esiste) si sganci dal resto del paese, ma che la realissima Venezia si stacchi dal Veneto, nel quale rappresenta una evidente anomalia. O forse no, forse è il Veneto, leghista e perciò xenofobo, a essere anomalo. Forse.