Primarie del centrosinistra occasione di democrazia: il nostro appoggio a Renata Mannise, candidata per SEL

renata mannise
Renata Mannise

Le primarie per la formazione delle liste elettorali del Partito Democratico e di Sinistra Ecologia e Liberta’ sono un’importante occasione per la democrazia e il rinnovamento della politica, a partire dalla diretta partecipazione dei cittadini elettori.

Alla coalizione di Centrosinistra, che si candida a governare il Paese, va dato atto di aver scelto, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni, una strada che nessun altra alleanza o forza politica ha avuto il coraggio di percorrere, mantenendo qualsiasi decisione sulle candidature sequestrata dalle oligarchie romane dei partiti.

Nel nostro territorio segnaliamo in particolare la candidatura nelle liste di SEL per la Camera dei Deputati di Renata Mannise. Leggi tutto “Primarie del centrosinistra occasione di democrazia: il nostro appoggio a Renata Mannise, candidata per SEL”

A Venezia poteva finire come a Mantova

BETTIN: “A VENEZIA POTEVA FINIRE COME A MANTOVA”
VENEZIA, 13 APR – “Al ballottaggio Mantova e’ stata persa dopo decenni dal centrosinistra esattamente perché, in quella vicenda, il centrosinistra locale ha commesso tutti gli errori che a Venezia sono stati invece evitati, finora.” L’esponente dei Verdi e della civica InComune Gianfranco Bettin invita a “studiare e comparare con attenzione i diversi casi di Mantova e di Venezia così come si sono prodotti in queste elezioni” proseguendo “con spirito unitario” l’esperienza varata in laguna. “Un modo competitivo ma al tempo stesso solidale e unitario di concepire e praticare le primarie per la scelta del candidato sindaco, – sottolinea Bettin elencando i ‘meriti’ di Venezia – l’apertura da parte di tutta la coalizione ad apporti nuovi, con l’alleanza tra un centro moderato e riformista e una sinistra capace di rinnovarsi; il mix tra esperienza e radicamento delle forze tradizionali e di tante figure e personalità rappresentative della coalizione e la forte innovazione programmatica e di personale politico; il consapevole passaggio di testimone tra il sindaco di un’intera epoca, Massimo Cacciari, e il successore scelto dalle primarie, Giorgio Orsoni, deciso a cominciare un ciclo nuovo dopo questi anni di buon governo”. “Tutto questo ha prodotto la vittoria di Venezia – osserva – Non era ovvio. Poteva finire come a Mantova e in tanti altri comuni. Dobbiamo esserne consapevoli – conclude – e lavorare con spirito unitario e lungimiranza, per il bene della città”.

Venezia, qualche giorno dopo _ Roberto Ferrucci

Cammini per Venezia, disimpegnandoti fra trolley multicolori, dribblando turisti impalati a cercare di sbrogliare sulla mappa il labirinto urbanistico più riuscito del mondo, e respiri un’aria che nel resto del paese manca da troppi anni. Da qualche giorno la maggioranza dei veneziani si muove fra le calli con passo più disinvolto, leggero. Sorridono, addirittura. Per mesi, non solo avevamo temuto, ma eravamo convinti che anche quest’isola e la sua terraferma fossero destinate a uniformarsi al resto della regione, all’andazzo della penisola intera, soggiogata dal capo e dai suoi slogan. E Venezia, finora, si era sempre tenuta lontana da tutto ciò. La convinzione si manifestò una sera di fine gennaio quando, improvvisi come la nebbia, degli enormi ritratti su sfondo azzurro apparvero a ogni imbarcadero della città (e a ogni fermata d’autobus a Mestre, anche se più piccoli). Laddove oggi aspetti il vaporetto osservando un bimbo biondissimo che imbracato a zaino sulle spalle di un padre biondissimo indica la gondola pronunciando un inevitabile “oohh”, qui, da quella sera di fine gennaio, i veneziani furono costretti a condividere le loro abituali attese all’imbarcadero assieme al faccione enorme di Renato Brunetta. Un manifesto che pullulava amore: musana (come si dice da queste parti) color dell’argento dei Baci, e sfondo azzurro con autografo in bianco come la scatola dei Baci. Eravamo del resto prossimi a San Valentino e non lontani né dal “vile attentato” con statuina, né dalla manifestazione dell’amore che vince sull’odio e sull’invidia. E noi, invidiosi, li abbiamo odiati subito, quei manifesti. Furono sufficienti però un paio di giorni, a trasformare quell’invasione in una performance creativa. Mani anonime li camuffarono nei modi più svariati fino al punto che – più mani, tante mani – a Ca’ Rezzonico, capovolsero il ministro, lo misero sottosopra. E quando i manifesti ritoccati venivano sostituiti, le anonime mani tornavano a intervenire all’istante. Quell’inizio di rivolta alla più opulenta, ostentata e invadente campagna elettorale (di una sola parte) mai vista a Venezia, forse poteva essere indicativa. Ma è possibile, a vostro avviso, oggi, in Italia, essere convinti che ciò che è logico si affermi? No. Nonostante i manifesti trasformati in installazioni artistiche, la maggior parte di noi veneziani era terrorizzata da Brunetta. Poi però, il centro sinistra veneziano (che oggi tutti chiamano laboratorio e tutti si augurano lo diventi davvero) ha deciso, un po’ per forza, un po’ per scelta, di rispondere con l’atteggiamento opposto. Una campagna elettorale essenziale, niente proclami, niente promesse impossibili, pochi manifesti, rarissimi volantini, a volte autoprodotti in casa. Giorgio Orsoni, il nuovo sindaco, è l’esatto opposto del ministro più amato dagli italiani. Mentre l’altro riceveva gli elettori nelle sfarzose sale dei migliori hotel veneziani, Orsoni girava per la città, tornava cioè a fare ciò che la sinistra si è fatta scippare dalla Lega. E ha vinto.

C’è una foto di Venezia che gira in rete. Venezia tutta intera, vista da quattrocento chilometri d’altezza, posta al centro della sua laguna, tutto un degradare di verdi e di azzurri e, in mezzo, Venezia che è un pesce color rosso veneziano. L’ha scattata l’astronauta Soichi Noguchi, il giorno dopo il risultato delle elezioni amministrative. Chissà se è per quello, allora – per lo scampato pericolo di una Venezia uniformata al resto del Veneto, la regione più a destra d’Italia – che il cielo sopra Venezia, quel 31 marzo, era così limpido, con dei colori così netti, inequivocabili. Un’immagine bellissima, ma che è anche un simbolo: Venezia la rossa (rosso veneziano, però, che non è proprio rosso rosso) circondata di verde e di azzurro. Più verde che azzurro. Quel verde color leghista, che vedi spuntare dal taschino di Luca Zaia o pendere giù dal collo di Flavio Tosi o schiumare dagli occhi e dalla bava di Giancarlo Gentilini. Un verde che ogni seconda domenica di settembre invade la città e chi abita dalle parti di Castello – il quartiere più popolare di Venezia – si è abituato a vedere e, soprattutto, ad ascoltare. Proclami da galera lanciati dal palco padano, slogan satolli di puro razzismo, urlati in Riva dei Sette Martiri. Ciò accade, paradosso, nella città forse meno leghista di tutto il nord Italia. Una città che il giorno prima della foto scattata dallo spazio, aveva respinto l’assalto del sedicente più amato ministro della Repubblica (e pure sedicente candidato al Nobel per l’economia) Renato Brunetta. Camminarci oggi, in Riva dei Sette Martiri, fermarsi davanti alla targa che ricorda l’eccidio nazista del 3 agosto 1944, e poi sedersi al bar a leggere o a scrivere (come fanno solo i turisti stranieri, ormai), è un sollievo. Di fronte, il panorama più bello del mondo e c’era già chi dava per certo il cambio di toponomastica di questo posto: Riva dei popoli padani. E chissà cosa avrebbero scelto per l’attigua via Garibaldi, cuore di Castello.

Passeggiamo leggeri, noi veneziani, sì. E passando accanto al “Bambino con la rana”, la statua di Charles Ray in Punta della Dogana, attorniata di visitatori che la fotografano prima di cambiare inquadratura e fare clic sul colpo d’occhio mozzafiato che hanno di fronte, al confine fra Bacino San Marco e Canale della Giudecca, guardi la statua con sollievo. Il bambino di marmo si è salvato dal proclama dell’aspirante imperatore-ministro, che in campagna elettorale aveva giurato l’avrebbe rimossa. Mentre non avrebbe affatto rimosso le grandi navi che solcano queste acque quotidianamente da marzo a novembre. “I passeggeri vogliono fotografare il Campanile e Palazzo Ducale? Portano denaro, lasciamoglielo fare”, ha detto cinico in campagna elettorale, esaltando le navi da crociera. Tipo quella che sta passando adesso, una MSC, che oscura il cielo, cancella l’isola della Giudecca, sovrasta Piazza San Marco, smuove là sotto, tonnellate d’acqua, devasta i fondali e le fondamenta della città. Il livello di inquinamento dei suoi fumi e la quantità di polveri sottili che sparge nell’aria sono paragonabili a quelle registrate vicino alla tangenziale di Mestre. Spesso ne passano anche sette al giorno. Orsoni ha promesso che non passeranno più di là.

La passeggiata sta finendo e te la godi fino in fondo perché, lo sai bene, questo sollievo non durerà a lungo. Svanito l’entusiasmo di questi giorni, sfumato il senso di leggerezza dopo il durissimo lavoro di questi mesi per far fronte al pericolo, sarà un senso di accerchiamento a prendere il sopravvento. Guarderai al di là dei confini comunali e ti verrà voglia di proporre una secessione al contrario. No, non che l’inesistente padania (con la p minuscola, ché, appunto, la padania non esiste) si sganci dal resto del paese, ma che la realissima Venezia si stacchi dal Veneto, nel quale rappresenta una evidente anomalia. O forse no, forse è il Veneto, leghista e perciò xenofobo, a essere anomalo. Forse.

“Venezia salva”

“Considerate questa città, come tutti coloro che l’abitano, come un balocco che si può buttare dove si vuole, che si può fare a pezzi.” Così, nella tragedia di Simone Weil, parlano tra loro i congiurati filospagnoli che nel 1618 volevano impadronirsi di Venezia e distruggerla, attuando con la forza il proprio sogno perverso, alla vigilia della festa della Sensa, lo sposalizio rituale della Città col mare.

Ma nel testo teatrale della Weil lo sguardo del giusto, che ne coglie la bellezza, salva Venezia.

Il 28 e 29 marzo Venezia si è salvata da sola. Il sindaco eletto è Giorgio Orsoni, un cattolico solidissimo, tutt’altro che “basabanchi” (come si dice da queste parti), un grande amministrativista erede professionale e non solo di Feliciano Benvenuti, protagonista nelle Istituzioni culturali della città, un “moderato” (molto ci sarebbe da discutere su questa definizione) intelligentemente aperto anche all’innovazione più spinta. Ed è proprio sul terreno dell’innovazione che Venezia si è salvata, confermandosi come positiva anomalia.

A chi vorrebbe frettolosamente trasformare il “laboratorio veneziano” in una formuletta politicista, da trasporre in maniera meccanica sul piano nazionale, va ricordato che gli ingredienti della vittoria sono tutti autoctoni: una sinistra, anche quella che un tempo si sarebbe chiamata “radicale”, capace di evitare macchiettistici arroccamenti ideologici e, invece, fortemente motivata a rinnovarsi; un centro, per tradizione e radicata cultura politica, indisponibile ad accodarsi al proconsole berlusconiano inviato da Roma e tantomeno pronto a subire da complice l’onda leghista in arrivo dal resto del Veneto e del Nord.

Così come il successo è maturato in un processo il cui esito non era affatto, fin dall’inizio, scontato. C’era infatti chi, senza fare i conti con la storia e il presente della città, aveva immaginato che il nuovo centrosinistra veneziano potesse nascere sulla base dell’esclusione a sinistra. Ci sono volute consultazioni primarie aperte, segnate dal positivo risultato delle forze che si erano coagulate intorno alla candidatura di Gianfranco Bettin, per far comprendere a tutti che si doveva e si poteva costruire una coalizione ampia e articolata, ma al tempo stesso inclusiva ed equilibrata, in cui le regole della convivenza tra Udc e sinistra ambientalista e sociale non erano dettate dalla paura dell’avversario né dall’opportunismo delle convenienze, quanto dalla definizione di priorità programmatiche, che cercassero di fornire risposte efficaci a problemi drammaticamente nuovi nel futuro governo della città. Quella di Orsoni si è rivelata la figura giusta per cementare e garantire questo progetto.

Il bello, come si suol dire, comincia adesso: sono state solo create le “pre-condizioni” per muoversi in un quadro politico nazionale e regionale, a dir poco, inquietante; e per affrontare le questioni enormi che la crisi ecologica e quella economica e sociale pongono a chiunque non voglia limitarsi al compito, questo sì impossibile, di amministrare l’esistente. Ma è, senza dubbio, una partita stimolante quella che resta, tutta, da giocare.

Beppe Caccia

(dal quotidiano “Terra”, martedì 6 aprile 2010)

Un nuovo percorso “in comune”

Il risultato delle elezioni comunali, con la vittorio di Giorgio Orsoni, ci ha visto protagonisti, come quarta forza della coalizione. E’ un risultato che dovrà influire sulla nuova stagione politica e amministrativa della nostra città, attraverso il nostro impegno e la partecipazione di tutti a questo rinnovamento.

Sul totale dei nostri voti di lista, il 64% si deve a voti di preferenza. Significa che siamo una lista che ha saputo costruire una vera rete diffusa e allargata e promuovere attraverso i contatti personali dei candidati le nostre idee e le nostre proposte. Queste idee e queste proposte dobbiamo tradurle ora in stimoli e azioni per l’amministrazione della città.

E’ per questo che, ringraziando quanti ci hanno sostenuto e che hanno condiviso con noi questa battaglia di civiltà e di democrazia, invitiamo tutti a proseguire con noi il nostro cammino e a costruire insieme una nuova stagione politica “in comune”.