Agli artisti di “Arteincomune”: grazie per il vostro prezioso contributo

In questi giorni di campagna elettorale abbiamo avuto occasione di incontrare e confrontarci con tanti cittadini.

Molti hanno contribuito con le loro idee a rendere possibile una politica più vicina, più aperta e più attenta alle persone; altri, e sono stati numerosi, hanno contribuito a finanziare una politica più trasparente e semplice offrendoci le loro opere d’arte che sono state indispensabili per il doppio successo, a Venezia e a Mestre, dell’iniziativa “Arteincomune – l’asta di opere d’arte”.

In particolare, va a questi artisti il nostro più vivo ringraziamento: a Matteo Alemanno, Andrea Ambrosini, Claudio Ambrosini, Graziano Arici, Alberto Benvenuti, Daniele Bianchi, Capo, Cyrus, Jerka Dorbovich, Tatiana Caropostol, Peppe Clemente, Alberta de Grenet, Lilli Doriguzzi, Vincenzo Eulisse, Luigi Gardenal, Tony Green, Stefano Grespi, KIm Hart, Immagine 839, Giuliana Longo, Massimiliano Longo, Maria Morganti, Margherita Morgantini, Andrea Morucchio, Serena Nono, Andrea Pagnacco, Patrizia Pegoraro, Gianni Predieri, Maria Grazia Rosin, Rumble, Nicola Sene, Sinopia edtore, Anita Sief, Caterina Tognon, Maddalena Tuniz, Paola Volpato, Andrea Zanzotto, Writers contro l’inceneritore.  Un grazie da tutti noi.

Lista “In comune con Bettin”

Mestre: laboratorio per unire le diverse culture

Fare della terraferma «quel laboratorio del contemporaneo in grado di completare l’offerta di Venezia, in una chiave di sviluppo reciproco». È il progetto di Gianfranco Bettin e della sua lista “In Comune”, che l’altra sera alla Galleria Contemporaneo di via Piave ha promosso un incontro per valutare le prospettive della cultura e delle “culture”. Tra le tante proposte emerse quella di Riccardo Caldura, responsabile della Galleria e docente all’Accademia Belle Arti di Venezia, che ha lanciato l’idea per una “Kunsthalle Veneziana”, a partire dalla riqualificazione degli spazi architettonici che via Piave offre, come l’ex lavanderia della Guardia di Finanza.

(fonte: Il Mestre 23.03.2010)

Mestre: un laboratorio del contemporaneo per uno sviluppo delle anime della città

Ieri sera alla Galleria Contemporaneo di Mestre, Gianfranco Bettin ha lanciato la necessità di proseguire e sviluppare la dimensione della ricerca e della sperimentazione, avviate in sintonia con la Galleria proprio per fare della terraferma “quel laboratorio del contemporaneo in grado di completare l’offerta di Venezia, non in contrapposizione alla città storica ma in una chiave di sviluppo reciproco delle diverse parti della città”.

Non a caso la Lista “In Comune con Bettin”, promotrice dell’incontro, ha scelto la cornice di questa Galleria perché sita nella via che più incarna le trasformazioni della città sul filo tra riqualificazione e deriva: la via Piave.

In merito Riccardo Caldura, responsabile della Galleria e docente all’Accademia Belle Arti di Venezia, ha lanciato l’idea  per una “Kunsthalle Veneziana”, a partire dalla riqualificazione degli spazi architettonici che questa via offre come ad esempio l’ex lavanderia della Guardia di Finanza.

I candidati presenti, Camilla Seibezzi, Maria Chiara Tosi, Federico Della Puppa e Sandro Bergantin concordano nel ripartire dai saperi comuni che sono propri di chi abita la città, di chi la percorre ogni mattina con i bambini da accompagnare a scuola e con l’obiettivo di raggiungere il lavoro in orario: insomma un modo di progettare teso a restituire valore alla dimensione collettiva del vivere nella città.

Nel suo intervento Fabrizio Panozzo, docente a Ca’Foscari di Economia delle Amministrazioni Pubbliche, ha sottolineato il valore della contemporaneità intesa come sfida del saper progettare la città, del concepire l’agire amministrativo in modo trasparente e nella piena assunzione della responsabilità della politica.

Un messaggio politico ribadito anche da Laura Di Lucia Coletti, che ha chiuso il dibattito ricordando che governare Venezia  ha un significato particolarmente importante, per la delicatezza del territorio e per le sfide che attendono questa città, di fronte ad un bivio: diventare la capitale di un nuovo modello di sviluppo oppure tramontare a causa di un’ostinata applicazione di modelli, ormai insostenibili.

Un messaggio chiaro e puntuale, quello lanciato ieri sera dalla Lista in Comune, fatto di capacità e competenze  di immaginare e progettare la città.

Non si tratta tuttavia solo di sconfiggere la destra e la Lega, si tratta anche di riuscire a rilanciare una politica efficace all’interno dello schieramento di centrosinistra che sappia unire economia ed ecologia, scienza e cultura, etica e libertà e, sempre, a ogni livello, politica e democrazia.

GLI SCRITTORI A SOSTEGNO DI GIANFRANCO BETTIN

Da Andrea Zanzotto ad Alessandro Baricco, da Tiziano Scarpa a Niccolò Ammaniti, da Massimo Carlotto ad Antonio Tabucchi, a Vitaliano Trevisan e Carlo Lucarelli: sono molti gli scrittori (con l’aggiunta di Silvio Soldini, regista e sceneggiatore, tra l’altro, di “Pane e tulipani”, girato a Venezia), residenti a Venezia o assidui suoi frequentatori e, tutti, amanti e conoscitori della città “i cui destini hanno a cuore”, che hanno raccolto l’appello di Tiziano Scarpa e Roberto Ferrucci a sostenere la candidatura di Gianfranco Bettin. Un riscontro ampio, che conferma il rilievo globale del confronto sul futuro di Venezia.

Di seguito, il testo dell’appello e l’elenco integrale dei sottoscrittori.

APPELLO PER GIANFRANCO BETTIN SINDACO

Amiamo Venezia, alcuni di noi ci vivono, altri l’hanno raccontata e mostrata, tutti la frequentiamo con stupore, ammirazione e, a volte, con preoccupazione per le sorti di questa città straordinaria, abitata da un popolo da sempre abituato a convivere con un ambiente unico e a sentirsi parte del mondo oltre che di un luogo senza paragoni.

La Venezia che amiamo ha bisogno di una rappresentanza e di un governo che sappiano essere all’altezza di una simile storia e di una simile complessità, che siano capaci anche di essere segno forte di contraddizione rispetto a un vento di chiusura, gretto, egoistico, culturalmente retrivo e politicamente regressivo, che soffia pericolosamente nella nostra società e in particolare nel Veneto.

Venezia può essere un punto di riferimento, di civiltà e di autentica modernità, in questo tempo inquietante. Le imminenti elezioni per la scelta del nuovo sindaco possono rappresentare l’occasione per ribadirne questo ruolo necessario.

Gianfranco Bettin, uno dei candidati in campo, per come lo abbiamo conosciuto direttamente o attraverso il suo lavoro culturale, come narratore e saggista e come ricercatore, e soprattutto per il suo impegno civile e politico, sembra a noi la persona più indicata per ricoprire il ruolo di sindaco, la scelta giusta per Venezia e per tutti quelli che hanno a cuore il suo destino.

Roberto Ferrucci e Tiziano Scarpa; Niccolò Ammaniti, Silvia Ballestra, Alessandro Baricco, Carla Benedetti, Enrico Brizzi, Romolo Bugaro, Massimo Carlotto, Mauro Covacich, Maurizio Dianese, Renzo di Renzo, Marcello Fois, Marco Franzoso, Alberto Garlini, Riccardo Held, Carlo Lucarelli, Marco Mancassola, Marisa Michieli, Antonio Moresco, Enrico Palandri, Gaston Salvatore, Silvio Soldini, Antonio Tabucchi, Vitaliano Trevisan, Gianmario Villalta, Simona Vinci, Lello Voce, Dario Voltolini, Andrea Zanzotto.

Recensione/Metafora: “prigioniero di una stanza” di Arrigo Cipriani

Arrigo Cipriani è uno dei pochi veri “ambasciatori di Venezia” nel mondo, titolo informale ma prestigioso e spesso attribuito un po’ a vanvera.

Cipriani, invece, nostro ambasciatore lo è davvero. Il suo nome evoca, naturalmente, il celeberrimo locale, con tutta la leggenda che lo accompagna, il Carpaccio, il Bellini, il dry Martini, Hemingway, Orson Welles, Onassis e la Callas, e Giuseppe Cipriani, il padre fondatore, e il suo amico Harry, eroe eponimo della leggenda (nonché, per li rami, origine del nome di Arrigo stesso: “l’unico uomo al mondo che ha avuto il nome da un bar”) e tutto il resto, ma è un nome che reca in sé il sapore e il colore, il suono, le chiacchiere e la gioia di vivere, ma anche il disincanto sulla vita stessa, della Venezia novecentesca, l’ultima, radicale e sagace reinvenzione della Serenissima dentro i rovesci e i diritti della storia.

Ambasciatore di Venezia nel mondo, che lo voglia o meno, Cipriani dunque lo è. Eppure dice di essere vissuto “prigioniero di una stanza”.

Come ha fatto, allora, a diventare e a essere sinceramente riconosciuto ovunque come uno dei nostri pochi veri ambassadori? Semplice. A parte le sue dirette incursioni nel mondo, in particolare nella capitale planetaria reale del XX secolo, cioè New York, in quella “Stanza” in cui Arrigo ha vissuto “prigioniero”, il mondo ci è passato.

“Pensandoci adesso – scrive – è curioso che io il mondo l’abbia conosciuto non perché sia andato a visitarlo di persona, ma perché lui stesso è venuto a trovarmi come un buon amico – e qualche volta anche come un nemico, perché stare in una stanza a servire tutti quelli che decidono di venirci non è sempre rose e fiori e compagnia bella”. Non è questa, in fondo, la condizione della stessa Venezia, di tutta Venezia? Essere visitata dal mondo intero, “come un buon amico e qualche volta anche come un nemico”. E non è perciò, questa, la miglior conferma del ruolo di Cipriani come di un testimone e insieme di un protagonista e di un “rappresentante” autentico della città, e della sua “civiltà”?

La Stanza è l’Harry’s, e la definizione si deve a Marino Folin, uno dei tanti clienti-amici del bar, che ne ha di ogni dove ma anche indigeni doc o naturalizzati. Perché l’Harry’s è anche uno dei pochi locali che siano, insieme, di strepitoso successo e prestigio presso le elìtes e di domestica frequentazione, come un bacàro di sestiere, da parte di tanti “nostrani”, sia pure di un certo tipo: “I miei compagni nella Stanza sono stati, di volta in volta, scrittori, attori, grandi industriali, grandi finanzieri, aristocratici, coppie di amanti, sposi, ubriachi, prepotenti, gentili, personaggi, bambini, vecchi, giovani, politici, Brigate Rosse”.

Il libro è – come gli altri di Cipriani – di godibilissima lettura, costruito con divertita (e divertente) intelligenza, ma in questo caso è anche un sapido esercizio antiretorico praticato spesso contro i luoghi comuni che gravano su Venezia. A cominciare da quelli sull’acqua alta. Cipriani demistifica e ironizza, sia pure evocando il drammatico 4 novembre del ’66, ma tuttavia ribadendo il vitale legame della città e della laguna con l’acqua: “l’acqua non è fango, come nelle alluvioni, ma acqua salata, pulita, che al massimo uccide i topi”. Meglio non si potrebbe dire – “che mi venga un colpo”. Quest’ultimo è l’intercalare che ricorre nel libro e che ne fa assomigliare il racconto, a seconda, a una lunga, allegra, arrabbiata, meditabonda, raziocinante o viscerale chiacchierata notturna intorno a un tavolo della “Stanza”, naturalmente nutrito e annaffiato come si deve e accompagnato da quel “ronzio di fondo” (l’aspiratore sempre in funzione) che si mischia agli altri rumori, in primis quelli della cucina, “un misto di discorsi tra cuochi e sbattere di pentole” che insieme alle voci dei clienti, fa si che “la Stanza sia un’orchestra nella quale nessun orchestrale è protagonista” (anche se c’è il direttore).

Nell’errabondo discorrere trovano posto i luoghi più famigliari di Venezia. Come Dorsoduro, di cui Cipriani è “uno stanziale” e di cui segnala la mutazione (gallerie d’arte e negozi di maschere invece di droghieri, macellai e fruttivendoli) e dove segnala un cartello folgorante su una vetrina: “Vendesi inattività”. Un cartello assai meno surreale di quanto non sembri, poiché perfino la “inattività”, e cioè il puro posizionamento strategico nella rete viaria e turistica può essere un buon affare a Venezia. Un cartello – e un aneddoto – che la dice più lunga di tante indagini presunte scientifiche sulle trasformazioni in corso e anche, però, sulle potenzialità della città. Altri luoghi che ritroviamo sono Castello dove “se vai a fare la spesa nelle bancarelle di frutta e verdura trovi i venditori che alle donne dicono ancora come una volta: ‘Amore mio, cosa vuoi?’. Ti sembra di tornare indietro di tanti anni…”, a riprova che una certa Venezia di sempre resiste. Come anche a Cannaregio, al cui proposito, in una pagina struggente, Cipriani evoca un passato tragico: “Lì c’è il ghetto e camminarci ti dà una sensazione indescrivibile. Sento solo un suono lontano come di lucchetto che apre una catena. Perché io ero un bambino quando il mondo improvvisamente impazzì e i matti erano fuori dal manicomio e i savi venivano imprigionati e uccisi perché colpevoli di essere nati col timbro di una religione diversa”. E contro ogni fanatismo e fondamentalismo tutto il libro è una sola nitida dichiarazione, a volte dura e grave, a volte acuta e ironica, come nella spiritosa riabilitazione della bestemmia. Grazie alla quale Dio, la Madonna e i santi “diventano come una famiglia” e ci si vaccina contro l’integralismo.

Si sarà capito, insomma, che si parla di un libro smilzo ma ricco di spunti, leggero ma denso di idee, venezianissimo e cosmopolita, affollato di personaggi e di persone (tra le quali, destinataria di uno stringato ma appassionato messaggio, la moglie: “l’unica donna vera della mia vita”).

Infine, un regalo per tutti: la ricetta del dry Martini, “l’unico gusto secco che esista al mondo, il più semplice tra i cocktail, ma anche il più sofisticato”. Altra metafora, perché semplice e sofisticata è anche Venezia. Così narra e rivela l’ ambassador dalla sua Stanza giramondo.

Gianfranco Bettin