Nasce l’associazione Preziose, per una politica al femminile

Preziose, è il nome che si sono date. Perché “preziose” sono le donne che fanno politica. Donne capaci di agire con consapevolezza e radicalità per allargare orizzonti oggi confinati al solo maschile. “In un’epoca di crisi come quella in cui stiamo vivendo, c’è bisogno che le donne imparino a fare rete e a mettere in comune tutta quella ricchezza di saperi, competenze accumulata in tanti anni, per arginare la decomposizione delle istituzioni e della stessa democrazia” ha spiegato la verde Luana Zanella, in apertura dell’incontro.

La presentazione della nuova associazione ideata da Annarosa Buttarelli, è avvenuta, ieri pomeriggio negli spazi dell’eco osteria Laguna Libre, in fondamenta Cannaregio, a Venezia. Un locale aperto di recente ma che già si propone come un punto di riferimento, oltre che per l’aspetto gastronomico, anche per le più innovative attività culturali, politiche, artistiche e musicali del veneziano. Imperdibili, le jam session del martedì sera che sono già diventate un must per gli appassionati di jazz d’autore.

A presentare la nuova associazione tutta femminile, e femminista, con la Zanella e la Buttarelli sono intervenute anche la presidente Luisella Conti e Nadia Lucchesi.

Nei programmi di Preziose, c’è la vicina fondazione di una scuola di alta formazione politica con sede a Venezia e a Roma, e una accademia delle eccellenze femminili con lo scopo di valorizzare quanto le donne hanno saputo produrre.

Una curiosità. Il nome “Preziose” viene da un movimento culturale e letterario femminile nato in Francia nel salotto mondano di Madame de Rambouillet in cui molti studiosi lessero un tentativo di reazione contro la condizione di passività legata alla condizione femminile. Il “preziosismo” si basava su una scrittura barocca tutta iperboli e parafrasi, volta a strutturare tempi, spazi e modi del corteggiamento amoroso. Il genio di Molière ebbe buon gioco a metterlo alla berlina nella sua commedia in prosa “Les précieuses ridicules”. Alle preziose francesi, ha ricordato Luisella Conti, va comunque il merito di aver inventato i racconti di fate. Ed in un momento in cui l’inquisizione metteva al rogo qualsiasi donna al solo sospetto di stregoneria, non è stata una invenzione da poco.

Il suicidio di Pateh, oltre le polemiche. Parla Gianfranco Bettin

(tratto da Ytali. com) di Claudio Madricardo – Secondo le testimonianze raccolte, Pateh Sabally, kl giovane gambiano , era venuto a Venezia per suicidarsi. Lo conferma lo stesso cugino Muhammed che ne parla come di un ragazzo fragile, reso ancor più fragile dalla situazione in cui si è trovato a vivere quando è arrivato in Italia.
Pare essere questo il motivo che sta alla base di quanto accaduto, anche se l’ultima tragedia in ordine di tempo che colpisce la realtà dei migranti ha spinto qualcuno a criticare la mancanza di generosità e perfino di eroismo che non avrebbe consentito di salvare il ragazzo.
L’ennesima polemica che imperversa nei social all’indomani dell’incredibile e agghiacciante fine di Pateh. Ma una polemica del tutto fuori posto, secondo il sociologo Gianfranco Bettin che abbiamo voluto sentire per una riflessione sull’accaduto. Bettin punta piuttosto il dito su quelli che, secondo lui, sono i veri problemi e le vere colpe che stanno alla base della fine di una giovane vita.

Il gesto di Pateh Sabally ha occupato il palcoscenico di una città vetrina generalmente usa a ospitare altri spettacoli. Se nella sua scelta c’erano un grido e una denuncia, il messaggio ha colpito violentemente le coscienze, ma ancora una volta rischia di essere frainteso, o classificato nella categoria del dolore. La prima cosa che vorrei chiederti è se in questa vicenda siamo in presenza di un salto di qualità dell’indifferenza. 
Ho l’impressione che in questa vicenda non ci sia nulla di significativamente diverso dal solito, salvo il fatto che siamo di fronte a un gesto inconsueto che ha provocato poi una certa discussione. Essa, a tutt’oggi, ha riguardato i commenti alle battute che si sentono nei video che sono circolate in rete. Oltre al fatto che nessuno si sia buttato in acqua per salvarlo. Alla fin fine cose del tutto fuori posto, perché è evidente che la gente pensava di essere di fronte a una bravata, e quando si è accorta che stava accadendo qualcosa di grave, gli interventi sono stati immediati.

Pateh aveva tre salvagenti e delle barche vicine.
Esatto. Allora il problema è un altro, e riguarda una persona che cercava speranza e che è diventata ancora più disperata venendo in Italia fino al punto di farla finita nel modo più plateale. Per gridare la propria disperazione nel modo più forte possibile. Di questo nessuno parla. Si blatera del presunto mancato eroismo da parte di qualche eroe da tastiera, secondo il quale uno si sarebbe dovuto buttare in pieno gennaio immediatamente in acqua per salvarlo, anche se Pateh aveva tre salvagenti a portata di mano.

Quindi non vedi nulla di nuovo?
Su questo punto non mi pare sia successo nulla di nuovo. Parlo dello scandalo della mancata capacità di accoglienza degna e di organizzazione delle cose in modo che le persone che vengono qua a cercare speranza, almeno un po’ ne trovino.

Quelle grida di dileggio lanciate da qualcuno che assisteva all’annegamento, quasi uno sfottò, non ti pare siano la spia di una situazione di saturazione? 
Sicuramente sono la spia di altre cose. Io nego che il “neghite” voglia dire annega negro, rifugiato o profugo. Credo che sia stato pronunciato da qualcuno che pensava di star assistendo a una bravata. Non credo si possa collegare questo fatto ad atteggiamenti razzisti o xenofobi più di tanto. Penso che l’accaduto vada collegato allo scandalo della mancata accoglienza degna. Quanto alla saturazione, essa è l’effetto che una politica insensata sull’accoglienza sta provocando in tutto il paese, e soprattutto nelle aree maggiormente interessate dall’arrivo dei richiedenti asilo.

Di chi la colpa?
Ha a che fare, da una parte, con un governo che su questo punto è da almeno quindici anni incapace. Dall’altra, con una chiusura opportunista a livello locale. I giornali di stamattina riportano che il presidente della Regione Veneto Zaia è contro anche all’accoglienza diffusa. E bada che essa non significa portare altri profughi oltre a quelli che ci sono già in regione. Ma vuol dire ridistribuire quelli già sul territorio e che attualmente sono ospitati in posti indegni come Cona.

Bene, ma la saturazione?
La saturazione è prodotta dal fatto che la politica a livello locale e nazionale è incapace e vigliacca. E opportunista. Questo è il punto che sta alla base di tragedie come quelle di Venezia o quella recente di Cona. E in questo quadro può starci che qualcuno possa anche aver detto qualche stronzata in Canal Grande indirizzandosi a Sabally, anche se non mi sembra essere l’elemento prevalente e significativo di questa tragedia. Ma l’effetto di saturazione di cui mi chiedi esiste specialmente in un Veneto in cui quasi tutte le autorità locali, sindaci e presidente di regione, fanno a gara per rendere ancor più ingovernabile questa vicenda speculando sul senso di paura e sull’insicurezza.

Quindi nessun altro problema riguardo all’immigrazione?
No, detto questo, i problemi veri ci sono, ma sono esasperati da quest’atteggiamento. E non è che questo modo di fare rende più governabile e gestibile il problema. Lo rende più ingovernabile, e quindi aumenta la paura che evoca e il disordine che paventa. È una storia che si ripete da dieci quindici anni senza che nessuno a livello locale né a quello centrale spezzi il cerchio. E dovremo convivere con questa situazione ancora a lungo se non cambia questa politica demenziale e disumana assieme, perché non serve a nessuno. Serve solo a chi a turno sta all’opposizione, perché se al governo del paese ci fosse la Lega, farebbe esattamente le stesse cose, e lo pagherebbe elettoralmente. Ora al governo c’è una specie di centrosinistra, e lo scotto elettorale lo pagherà lui. Ma non si risolverà mai il problema se continua questa impostazione. E continueranno le tragedie. E l’esasperazione della gente.

Hai accennato ai problemi reali. Quali sono?
Bisogna far arrivare la gente in Italia in modo regolare creando dei canali umanitari. Dei punti di raccordo sull’altra sponda in modo che tutti siano identificati, degli hub di prima accoglienza e di una forma di accoglienza diffusa nel territorio in modo che tutto sia registrabile e trasparente. Sapendo che quell’investimento non va a regalare soldi a dei nullafacenti, ma crea impresa sociale, operatori e gestori. Crea servizi ed economia, arricchisce l’economia dei luoghi dove si fanno questi interventi. Naturalmente tutto in modo trasparente, e non con il sistema delle cooperative degli amici degli amici, che prosperano in modo opaco come accade oggi che si fa accoglienza in modo emergenziale.

Come cambiare?
L’accoglienza va organizzata come un’impresa sociale, il che significa ordine e trasparenza. E keynesianamente diventa allora un circuito economico virtuoso. Possibile che solo il crimine capisca che è un business? E quindi ne faccia un business criminale? Dovrebbe capirlo anche uno stato moderno che rispondere a un problema sociale epocale significa attuare un suo dovere garantendo dei diritti elementari umani, e contemporaneamente ridurre la paura e il disordine. Creare maggior benessere sociale e anche generare investimenti che ti ritornano in modo virtuoso. Ma ti sembra possibile che non abbiamo un ministero dell’immigrazione? Con i cambiamenti climatici, quello dell’immigrazione è un problema epocale centrale. C’è solo su sottosegretariato della presidenza del consiglio, affidato a dei prefetti che non capiscono nulla d’impatto sociale, e che eseguono tutti degli input di tipo politico dettati sempre da una logica emergenziale. È come se il nostro paese non avesse un ministero dell’ambiente o dei lavori pubblici.

Cosa pensi della recente proposta di impiegare in lavori socialmente utili i migranti in arrivo nel nostro paese?
Mi sembra certo interessante se non entra in conflitto con i lavori socialmente utili riservati a chi perde il lavoro e che quindi viene riutilizzato. Bisognerebbe trovare il modo per svolgere i lavori che sono al di fuori del pacchetto dei lavori socialmente utili. Il che è possibilissimo, specialmente se lo fai assieme ai comuni. Il patto potrebbe essere appunto un’accoglienza in cambio di lavori che non rientrerebbero comunque nel giro dei lavori affidati come utili. Un’altra cosa che potrebbe essere fattibile riguarda quelli che sono in possesso di permesso di soggiorno come richiedenti asilo e sono in attesa che venga valutata la loro domanda, ai quali potrebbe essere dato il permesso di ricerca di lavoro. Insomma si potrebbero fare diverse cose che non lascino i richiedenti asilo a immalinconirsi e a intristirsi nei centri di accoglienza senza fare nulla. In attesa che gli eterni iter burocratici per avere una decisione sulla richiesta di soggiorno abbiano fine. Nel frattempo vegetando, o passando le giornate a giocare a calcetto. È una situazione pazzesca che ha dietro di sé come forza di gravità che produce questa inerzia devastante la mancanza di una macchina volta a generare dinamicità e giustizia nell’accoglienza. C’è tutta la logica emergenziale che finisce per ingolfare tutto.

Non si è imparato nulla in questi anni?
In tutto quanto sta accadendo non c’è nulla di razionale dopo dieci dodici anni di emergenza. Il primo boom dell’immigrazione negli anni Novanta ci avrebbe dovuto insegnare. E invece non ci ha insegnato nulla perché la classe politica continua a gestire in termini emergenziali qualcosa che è invece strutturale. Il cuore del problema credo sia proprio questo. Tu puoi leggere singoli episodi come quello di Cona o di Pateh Sabally, ma è questo lo sfondo che te li spiega davvero. Quanto al ragazzo del Gambia mi sembra fondato che abbia voluto lasciarsi morire. E che forse l’abbia voluto fare in modo così plateale per gridare più forte la propria disperazione. Una disperazione che un paese in cui era venuto a cercare un minimo di speranza scappando dal suo dove non ne aveva ha saputo solo acuire.

Lettera aperta alla vice sindaca Luciana Colle

di Renata Mannise.
Pubblicato sulla Nuova Venezia di martedì 22 novembre

Qualsiasi cittadina (o cittadino) di questa città abbia seguito, con un minimo d’attenzione, in queste ultime settimane, la vicenda del “Centro Donna”, circa la decisione assunta dalla Giunta comunale, con la delibera 276 dello scorso 27 settembre, non può non aver letto con costernazione il comunicato stampa dell’Amministrazione Comunale del 15/11/2016: “Centro donna: destituite di fondamento le notizie in merito alla chiusura”, dove si afferma che “l’ipotetica notizia della chiusura del Centro Donna da parte dell’Amministrazione comunale […] è falsa e si diffida chiunque dal veicolare notizie prive di fondamentoLeggi tutto “Lettera aperta alla vice sindaca Luciana Colle”

Mettere in rete le “Città del Cambiamento” in Europa

di Beppe Caccia – Stanzialità e nomadismo, insediamento e flussi, hanno da sempre caratterizzato la natura stessa delle città. Con straordinaria efficacia, per descrivere il ruolo degli spazi urbani nel Mediterraneo del Cinquecento, Fernand Braudel scrive: “Le città, punti immobili delle carte, si nutrono di movimento.” E questa long durée, questa continuità storica, si ritrova anche nelle profonde trasformazioni che hanno segnato le città europee negli ultimi decenni.

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L’Antimafia a Venezia e il caso Tronchetto

di Gianfranco Bettin – La visita della Commissione parlamentare “Antimafia” a Venezia, lo scorso 30 marzo, ha rappresentato una forte legittimazione delle preoccupazioni sul rischio di infiltrazioni della mafia e delle altre grandi organizzazioni criminali nel nostro territorio. Nel quadro di una perlustrazione della nostra provincia che, come il Veneto, registra da tempo l’insidiosa anche se mimetica presenza delle grandi organizzazioni criminali (soprattutto la camorra nel Veneto orientale e una strisciante Cosa Nostra nel veneziano), la Commissione ha fatto il punto sulla realtà Tronchetto, sia per i suoi storici connotati sia per le recenti connessioni emerse proprio con Cosa Nostra, confermando la grande preoccupazione per il suo eventuale inserimento a Venezia (comunque già documentato, ad esempio, negli appalti ai cantieri navali). Non è la prima volta che l’Antimafia si occupa del Tronchetto. Nel 2003, in particolare, sulla scorta delle indagini della Procura e dell’approfondito lavoro del ROS dei Carabinieri, si era occupata del nesso con la “mala del Brenta”. Non si capisce, infatti, cosa succede al Tronchetto se non si capisce cosa sia stata e come sia mutata, dopo gli arresti, il pentimento di Maniero e le frammentazioni e ristrutturazioni successive, questa entità criminale, niente affatto scomparsa, in particolare nel suo corpo centrale e più pericoloso, i cosiddetti “mestrini”.

Per capirlo, occorre fare un passo indietro. Attorno al Tronchetto e in generale alle attività turistiche – un’industria in continua crescita – si sono sempre sviluppate a Venezia attività irregolari, tra l’arte di arrangiarsi e il vero e proprio crimine. Al Tronchetto, ad esempio, molte persone con voglia di lavorare si sono improvvisate intromettitori, taxisti d’acqua, trasportatori, addetti al piccolo commercio, ambulanti, guide eccetera, trovando un modo onesto di sbarcare il lunario e a volte, per così dire, di rifarsi una vita. Ma c’è anche chi ne ha fatto invece il cuore di un’impresa criminale a suo modo originale, sia occupando lo spazio con i metodi violenti e illegali mille volte documentati dalla Procura e dal ROS (o da sentenze come la n.129/2009 della Corte d’Assise, su questo punto non smentita dai gradi successivi) sia facendone la copertura, e l’ambito di riciclaggio, di attività criminali classiche: spaccio di droga, rapine, estorsioni e via malfacendo.

Nel 2003, l’interesse della Commissione Antimafia era motivato dal controllo ferreo sul Tronchetto esercitato dal nucleo ancora in campo della “banda Maniero”, l’unica organizzazione criminale del nord riconosciuta ufficialmente come mafiosa, cosa che molti tendono a dimenticare, fingendo che quella storia sia finita. Non è affatto così, men che meno al Tronchetto, dove il predominio della banda si è affermato con omicidi, aggressioni, intimidazioni, corruzione. Nell’imponente mole di documenti, sentenze, rapporti, intercettazioni mirate e ambientali su vecchi e nuovi protagonisti del business – ora all’attenzione anche della Commissione Antimafia – tutto questo emerge evidente. A volte sono documenti perfino esilaranti, con boss patentati che parlano fra loro chiamandosi “amore” (anzi”’more”) o “cocco mio”, eccetera, come in una gag dei nostri grandi comici Carlo e Giorgio, ma che hanno carriere malavitose di rango, parlano con grande intimità di e con politici di maggioranza e opposizione o con i loro collaboratori, si comportano con arroganza con gli addetti regolari alle varie attività del Tronchetto (quando una donna del ROS vi si infiltra e risponde a tono a un intromettitore, questi rimane basito e poi si inferocisce: “Noi siamo il Tronchetto, ti ga capìo?”. Lei lo sapeva, era lì per quello, forse sono altri a non capirlo…).

A motivare oggi la visita dell’Antimafia si inserisce l’arresto, lo scorso giugno a Mestre, di Vito Galatolo, boss di Cosa Nostra, che subito dopo ha cominciato a collaborare con la giustizia e che risultava assunto, come poi il figlio, in una società operante al Tronchetto. Che ci faceva, lì (cioè qui), il boss Galatolo? Nello scorso dicembre, la Procura lagunare ha indagato, con l’ipotesi di concorso in associazione di stampo mafioso, alcuni dei più noti esponenti della realtà del Tronchetto, mentre i ROS hanno eseguito decine di perquisizioni sequestrando parecchi documenti. Non si sa ancora cosa stia dicendo Galatolo agli inquirenti. Quel che è certo è che l’ipotesi di un interesse di Cosa Nostra sul Tronchetto e cioè su una delle componenti centrali dell’economia turistica della città – con un giro d’affari multimilionario – è sommamente inquietante. Due altri pilastri dell’economia veneziana sono stati o forse sono ancora in mano al malaffare: il business della salvaguardia e del Mose attraverso la “mafia in guanti bianchi” del Consorzio Venezia Nuova e il business delle bonifiche di Porto Marghera con la banda di affaristi, funzionari ministeriali e politici, che vi ha lucrato a mani basse. Venezia non si può permettere che anche la grande e produttiva industria del turismo, una risorsa strategica della città, resti in parte cospicua in mani criminali o addirittura passi in mani mafiose.

A Venezia si voterà, fra poco. Di tutto ciò non si è ancora parlato abbastanza, ma la questione criminale, a cominciare dal Tronchetto, non può non essere cruciale nel lavoro della prossima amministrazione.