«Droga, spezzare ogni connivenza e complicità tra mondo della politica, mercato e consumo»

Ho presentato ad alcuni operatori sociali che agiscono nel contrasto alla droga le linee di fondo del mio programma in materia – che preveda lo sviluppo ulteriore del lavoro condotto ormai da diversi anni a più livelli, unità di strada, servizi a bassa soglia, servizi integrati con l’Ulss, potenziamento dei Sert e collaborazione massima col privato sociale e il volontariato – ma in particolare ribadendo una necessaria premessa di natura politica, culturale ed etica.
Serve infatti una nuova alleanza tra politica, intervento sociale e attività di repressione e di intelligence per fronteggiare la nuova emergenza droga e in particolare il nuovo, pericolosissimo diffondersi dell’eroina, oltre che il consolidarsi della cocaina e delle pasticche di ogni genere.
Nella conferenza stampa di fine anno, il comandante provinciale dei carabinieri di Venezia lo ha confermato, dati alla mano (impressionante quello relativo ai sequestri di droga, cresciuti in un anno da 10 a 62 kg, il 567 % in più!).
Dati analoghi erano stati forniti poco prima dalla Questura di Venezia. Non passa giorno, inoltre, che le cronache non documentino, oltre a denuncie e arresti (spesso di incensurati e insospettabili spacciatori), la preoccupazione di molti genitori, di molti educatori, per questa nuova grave emergenza. E’ necessario che di tale pericolo si rendano pienamente consapevoli le istituzioni, cosa che purtroppo non sta avvenendo nella misura adeguata. E’ necessario che venga sostenuto e rafforzato nelle risorse e negli strumenti chi fronteggia il rischio in prima linea, come gli operatori sociali e come le forze dell’ordine. Invece, assistiamo a un grave taglio di fondi e personale delle forze dell’ordine, mentre, soprattutto a Roma e in Regione, il governo centrale e quello regionale non sembrano accorgersi della nuova emergenza. Nel contempo, si moltiplicano invece i segnali di una crescente presenza nel mondo della politica di persone coinvolte nel consumo di droga se non addirittura nello spaccio, o contigue ad esso. E’ perciò necessario tracciare una linea netta di demarcazione con questi ambienti, perché tale connivenza o tale contiguità impedisce di contrastare efficacemente lo spaccio, quando non ne è addirittura complice, e, ancor prima, impedisce davvero di cogliere la gravità della situazione. Spezzare ogni connivenza, ogni complicità, ogni sottovalutazione tra mondo della politica e mercato e consumo della droga, è dunque la premessa per combatterne radicalmente la diffusione.

Lettera di Gianfranco Bettin pubblicata sul Gazzettino di Venezia del 5 gennaio 2010

Recensione/Metafora: “prigioniero di una stanza” di Arrigo Cipriani

Arrigo Cipriani è uno dei pochi veri “ambasciatori di Venezia” nel mondo, titolo informale ma prestigioso e spesso attribuito un po’ a vanvera.

Cipriani, invece, nostro ambasciatore lo è davvero. Il suo nome evoca, naturalmente, il celeberrimo locale, con tutta la leggenda che lo accompagna, il Carpaccio, il Bellini, il dry Martini, Hemingway, Orson Welles, Onassis e la Callas, e Giuseppe Cipriani, il padre fondatore, e il suo amico Harry, eroe eponimo della leggenda (nonché, per li rami, origine del nome di Arrigo stesso: “l’unico uomo al mondo che ha avuto il nome da un bar”) e tutto il resto, ma è un nome che reca in sé il sapore e il colore, il suono, le chiacchiere e la gioia di vivere, ma anche il disincanto sulla vita stessa, della Venezia novecentesca, l’ultima, radicale e sagace reinvenzione della Serenissima dentro i rovesci e i diritti della storia.

Ambasciatore di Venezia nel mondo, che lo voglia o meno, Cipriani dunque lo è. Eppure dice di essere vissuto “prigioniero di una stanza”.

Come ha fatto, allora, a diventare e a essere sinceramente riconosciuto ovunque come uno dei nostri pochi veri ambassadori? Semplice. A parte le sue dirette incursioni nel mondo, in particolare nella capitale planetaria reale del XX secolo, cioè New York, in quella “Stanza” in cui Arrigo ha vissuto “prigioniero”, il mondo ci è passato.

“Pensandoci adesso – scrive – è curioso che io il mondo l’abbia conosciuto non perché sia andato a visitarlo di persona, ma perché lui stesso è venuto a trovarmi come un buon amico – e qualche volta anche come un nemico, perché stare in una stanza a servire tutti quelli che decidono di venirci non è sempre rose e fiori e compagnia bella”. Non è questa, in fondo, la condizione della stessa Venezia, di tutta Venezia? Essere visitata dal mondo intero, “come un buon amico e qualche volta anche come un nemico”. E non è perciò, questa, la miglior conferma del ruolo di Cipriani come di un testimone e insieme di un protagonista e di un “rappresentante” autentico della città, e della sua “civiltà”?

La Stanza è l’Harry’s, e la definizione si deve a Marino Folin, uno dei tanti clienti-amici del bar, che ne ha di ogni dove ma anche indigeni doc o naturalizzati. Perché l’Harry’s è anche uno dei pochi locali che siano, insieme, di strepitoso successo e prestigio presso le elìtes e di domestica frequentazione, come un bacàro di sestiere, da parte di tanti “nostrani”, sia pure di un certo tipo: “I miei compagni nella Stanza sono stati, di volta in volta, scrittori, attori, grandi industriali, grandi finanzieri, aristocratici, coppie di amanti, sposi, ubriachi, prepotenti, gentili, personaggi, bambini, vecchi, giovani, politici, Brigate Rosse”.

Il libro è – come gli altri di Cipriani – di godibilissima lettura, costruito con divertita (e divertente) intelligenza, ma in questo caso è anche un sapido esercizio antiretorico praticato spesso contro i luoghi comuni che gravano su Venezia. A cominciare da quelli sull’acqua alta. Cipriani demistifica e ironizza, sia pure evocando il drammatico 4 novembre del ’66, ma tuttavia ribadendo il vitale legame della città e della laguna con l’acqua: “l’acqua non è fango, come nelle alluvioni, ma acqua salata, pulita, che al massimo uccide i topi”. Meglio non si potrebbe dire – “che mi venga un colpo”. Quest’ultimo è l’intercalare che ricorre nel libro e che ne fa assomigliare il racconto, a seconda, a una lunga, allegra, arrabbiata, meditabonda, raziocinante o viscerale chiacchierata notturna intorno a un tavolo della “Stanza”, naturalmente nutrito e annaffiato come si deve e accompagnato da quel “ronzio di fondo” (l’aspiratore sempre in funzione) che si mischia agli altri rumori, in primis quelli della cucina, “un misto di discorsi tra cuochi e sbattere di pentole” che insieme alle voci dei clienti, fa si che “la Stanza sia un’orchestra nella quale nessun orchestrale è protagonista” (anche se c’è il direttore).

Nell’errabondo discorrere trovano posto i luoghi più famigliari di Venezia. Come Dorsoduro, di cui Cipriani è “uno stanziale” e di cui segnala la mutazione (gallerie d’arte e negozi di maschere invece di droghieri, macellai e fruttivendoli) e dove segnala un cartello folgorante su una vetrina: “Vendesi inattività”. Un cartello assai meno surreale di quanto non sembri, poiché perfino la “inattività”, e cioè il puro posizionamento strategico nella rete viaria e turistica può essere un buon affare a Venezia. Un cartello – e un aneddoto – che la dice più lunga di tante indagini presunte scientifiche sulle trasformazioni in corso e anche, però, sulle potenzialità della città. Altri luoghi che ritroviamo sono Castello dove “se vai a fare la spesa nelle bancarelle di frutta e verdura trovi i venditori che alle donne dicono ancora come una volta: ‘Amore mio, cosa vuoi?’. Ti sembra di tornare indietro di tanti anni…”, a riprova che una certa Venezia di sempre resiste. Come anche a Cannaregio, al cui proposito, in una pagina struggente, Cipriani evoca un passato tragico: “Lì c’è il ghetto e camminarci ti dà una sensazione indescrivibile. Sento solo un suono lontano come di lucchetto che apre una catena. Perché io ero un bambino quando il mondo improvvisamente impazzì e i matti erano fuori dal manicomio e i savi venivano imprigionati e uccisi perché colpevoli di essere nati col timbro di una religione diversa”. E contro ogni fanatismo e fondamentalismo tutto il libro è una sola nitida dichiarazione, a volte dura e grave, a volte acuta e ironica, come nella spiritosa riabilitazione della bestemmia. Grazie alla quale Dio, la Madonna e i santi “diventano come una famiglia” e ci si vaccina contro l’integralismo.

Si sarà capito, insomma, che si parla di un libro smilzo ma ricco di spunti, leggero ma denso di idee, venezianissimo e cosmopolita, affollato di personaggi e di persone (tra le quali, destinataria di uno stringato ma appassionato messaggio, la moglie: “l’unica donna vera della mia vita”).

Infine, un regalo per tutti: la ricetta del dry Martini, “l’unico gusto secco che esista al mondo, il più semplice tra i cocktail, ma anche il più sofisticato”. Altra metafora, perché semplice e sofisticata è anche Venezia. Così narra e rivela l’ ambassador dalla sua Stanza giramondo.

Gianfranco Bettin