Referendum costituzionale, ecco perché gli ambientalisti devono votare NO

(Tratto da EcoMagazine)  Non è solo sul futuro del bicameralismo paritario, che saremo chiamati a decidere domenica 4 dicembre.

La revisione del Titolo V della Costituzione nasconde un tentativo – vergognosamente mascherato sotto il velo della “riduzione del numero dei parlamentari” e del “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”, che si legge nel quesito referendario – di espropriare democrazia ai territori per accentrarla nelle mani di un apparato governativo che – qualsiasi sia il suo colore politico – è sempre di più un obbediente e prono portavoce dei dettami della finanza. Leggi tutto “Referendum costituzionale, ecco perché gli ambientalisti devono votare NO”

Sirat Al Bunduqiyyah, ovvero di come Venezia non è e non può essere uguale alle altre città. Un dibattito a Ca’ Sagredo

IMG_8680ridAlzare il tiro, allargare gli orizzonti, porgere tutte le vele al vento. E mi fermo qua per non annegarvi nelle metafore. Il fatto è che abbiamo bisogno di tirare sù la testa perché non ne possiamo più di una campagna elettorale che potremmo definire “minimalista” solo per non dire che son ben pochi gli stracci di candidarti che possono offrirci una visione strategica di dimensione mondiale – e non esageriamo – della Venezia che si affaccia al 2020. Una visione che vada oltre i problemi contingenti. “Problemi” da scrivere tra le virgolette, poi. Provate a chiedere alla Zaccariotto la questione del decoro e vi parlerà delle cacche dei cani in piazza, provate a pronunciare la parola (parolaccia) “sicurezza” davanti a Brugnaro e vi sparerà un pippone da infarto sui “pericolossissimi” centri sociali. Ma davvero la Venezia del 2020 si ferma qua? Noi crediamo di no. Ed ecco perché, tra le tante, troppe, iniziative elettorali che vanno in scena in questi giorni piovosi, ci fa piacere segnalare un dibattito d’altri tempi, e svoltosi ieri sera in una sala d’altri tempi, il salone della Musica dell’hotel Ca’ Sagredo. Il tema, che era già una dichiarazione di intenti, recitava “Riconquistiamo la civiltà di Venezia” e, in una campagna in cui tengono banco argomenti come il plateatico di via Paraponzipà, già aprire un dibattito del genere è una riconquista.

“E’ giusto parlare anche del plateatico, come dei tanti problemi che abbiamo in città, naturalmente – spiega Gianfranco Bettin – ma tutto dovrebbe essere inglobato in un progetto più grande, in una idea che abbiamo della nostra città e che parta dal passato per arrivare al futuro”. Venezia, ha spiegato l’ambientalista, ha saputo nel suo passato coniugare ambiente e vivibilità. trattando le sue acque come soggetto attivo e come parte integrante della sua specificità. Una civiltà mercantile e diplomatica, più che un impero militare, che dialogava col mondo intero. Così, come tutt’oggi la nostra città è sotto gli occhi del mondo. Per questo non esageravano quando, in apertura, abbiamo  scritto che la visione strategica della Venezia del 2020 deve essere di dimensioni mondiali. Anche questa deve essere una nostra riconquista. Ed è questo il decoro che vogliamo. Altro che le cacche dei cani in piazza! “Ricostruire il futuro partendo dalla nostra antica vocazione di città Stato, aperta al mondo e in simbiosi con l’ecosistema lagunare. Questo deve essere il nostro obiettivo – ha concluso Bettin – e per questo è necessario restituire a Venezia tutti quei poteri decisionali sul suo territorio che oggi non ha”.

Una visione rimarcata anche dall’altro relatore delle serata, Franco Avicolli. Uno che ti racconta di Lev Trotsky, di Garcia Marquez o di architettura contemporanea con la stessa competenza. “Parlare di come riconquistare la civiltà di Venezia significa rimettere al centro del dibattito la questione fondamentale: quale deve essere il ruolo e la struttura di una città in un mondo malato che ha perso ogni rapporto col territorio. Per questo, salvare Venezia significa salvare l’idea stessa di città. E questo lo possiamo fare solo noi: perché a Venezia è possibile realizzare idee ed opere che altrove sono impossibili”. Conclusione questa, che sarebbe sottoscritta immediatamente anche  da un certo Corto Maltese, marinaio e gentiluomo di fortuna.

La sconcertante sentenza sul “racket” del Tronchetto

tron2Le sentenze si rispettano, ma si possono commentare. E’ sconcertante la sentenza della Corte d’Appello di Venezia sul cosiddetto “racket del Tronchetto”, in realtà un processo a uno soltanto dei presunti gruppi criminali che si ipotizza prosperino e agiscano in quella che è la porta di Venezia, snodo strategico di affari plurimilionari e non sempre puliti.

La sentenza svuota le importanti indagini della Procura di Venezia e del ROS dei Carabinieri. Ne consegue, di fatto, una banalizzazione della realtà criminale che gira attorno al Tronchetto, tra l’altro in coincidenza con un episodio inquietante, l’arresto del boss di Cosa Nostra, del gruppo dei corleonesi, Vito Galatolo (autoaccusatosi dell’organizzazione, che sarebbe in corso, di un attentato al pm di Palermo Nino Di Matteo). Galatolo, che abitava in centro a Mestre, era stato assunto proprio da una società che opera al Tronchetto e, secondo alcune ipotesi, sarebbe venuto in città sia per occuparsi da vicino di quel business sia per seguire il business degli appalti nei cantieri portuali. Due affari molto redditizi, sui quali potrebbe aver allungato le mani anche Cosa Nostra.

La mancata applicazione del reato di associazione a delinquere, e la riduzione dell’accusa a una somma di singoli reati, sminuzza la questione Tronchetto e, come in casi analoghi (ad esempio, il traffico di rifiuti, altri reati ambientali, lo stesso spaccio di droga), favorisce la ghigliottina della prescrizione, che azzera i processi, così come la mancata applicazione delle aggravanti. La scelta della Corte d’Appello, legittima ma, appunto, opinabile (infatti, in precedenti gradi di giudizio era stata diversa), trova riscontro in una diffusa sottovalutazione di tali questioni da parte della classe politica e della classe dirigente cittadina in generale.

Per ogni mille parole dedicate al cosiddetto “degrado” – parole sacrosante, beninteso – ce ne sarà forse una dedicata al vero crimine organizzato, un pericolo gravissimo per l’economia della città e un continuo attentato alla sicurezza dei cittadini e alla convivenza civile.  I fili criminali che si intrecciano a Venezia, a Mestre, a Porto Marghera, sono pericolosissimi, che si tratti di corruzione  – era, infatti, criminalità organizzata, sia pure in “guanti bianchi”, anche quella coinvolta nello scandalo Mose e dintorni – o che si tratti di ciò che gira intorno al Tronchetto, dei traffici sporchi in materia ambientale, dei racket di strada (dai mendicanti alla prostituzione allo spaccio di droga) e alle loro connessioni con zone insospettabili dell’economia e dei poteri.

Non possiamo permetterci nessuna sottovalutazione.

Gianfranco Bettin

Spazio Loco: una “pazza” idea per rigenerare la città

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Proviamo a guardare lontano. Alziamo lo sguardo oltre la politica urlata dai sindaci dal pugno di ferro che invocano ronde ed inferriate. Oltre questo buoi mare di paure, sorge un’altra città. Quella città che sognano i ragazzi che hanno recuperato uno spazio di via Piave che versava da anni in stato di abbandono e degrado, con il solo obbiettivo di restituirlo alla città. Certo, non la città dei vigilantes ma la città dei cittadini capaci di interrogarsi, intervenire, riappropiarsi e gestire in democrazia il proprio territorio. Non c’è spazio per la paura in questa città. Perché, come sottolineano i ragazzi, è “la chiusura mentale che genera solamente proposte che non analizzano la complessità e le problematicità, che propongono vie risolutorie semplificatrici, banali, e non efficaci e che spesso degenerano in derive intolleranti e razziste”.

Una idea pazza? Sì, perché sono i pazzi quelli che gettano le fondamenta del futuro. Non a caso, il nome scelto dai ragazzi per questo nuovo spazio è Loco: acronimo di Laboratorio Occupato Contemporaneo. “Viviamo le strade di Mestre – raccontano – e vediamo sempre più luoghi lasciati all’abbandono e al degrado che invece potrebbero essere o diventare spazi vivi, per aiutare a migliorare le situazioni complesse dei nostri quartieri e che potrebbero arginare quelli che tutti noi consideriamo problemi reali ai quali far fronte nella nostra città. Per questo e per molto altro abbiamo deciso di riprenderci uno di questi luoghi lasciati all’abbandono: per costruire assieme a tanti e tante, studenti, precari, giovani e meno giovani, un laboratorio sociale nuovo, in grado di ricercare e discutere collettivamente le contraddizioni che il nostro territorio sta vivendo e subendo negli ultimi anni”.

Riccardo Caldura, docente all’accademia delle Belle Arti e sostenitore del Progetto 2020Ve, ha partecipato alla serata di inaugurazione del Loco. “Avevo ricevuto una cortese telefonata di uno dei promotori dell’iniziativa, al quale non potevo che estendere un mio ‘Bene, andate avanti’. Ieri sera ho rifatto un giro fra quelle sale, insieme ad uno degli artisti che vi avevano a suo tempo esposto, e che le conosce quanto me. La sensazione era stranissima, il luogo era rimasto così come lo avevamo lasciato, ancora con il muro dipinto di rosso dell’ultima installazione realizzata. Come se quattro anni non fossero trascorsi. All’ingresso, con il medesimo arredo di allora, si distribuivano spritz e birre e si organizzava una colletta di sostegno. Alle pareti manifesti, striscioni, e un pubblico di dreadlocks e jeans oversize. Ho letto un articolo di Tantucci sulla Nuova che riportava questa notizia: la prevista restituzione di 41 milioni di euro da parte del Comune a Est Capital, importo che era stato versato come anticipo sul valore realizzabile dei beni cartolarizzati.  Oltre a quell’importo, per giunta, se non ho capito male, era prevista anche la restituzione all’ente pubblico dei beni rimasti inveduti, fra i quali appunto la ex-Galleria Contemporaneo. Luogo che avevamo dovuto lasciare in tutta fretta, quattro anni fa, per ritrovarla identica ieri sera, però in fase di utilizzo come Laboratorio Occupato Contemporaneo. Non so se sia questa una risposta al degrado, ma mi chiedo se in ogni caso non sia meglio aver provato a riaprire, magari non con tutti i crismi della legalità, piuttosto che chiudere e vendere (male) o non vendere proprio”.

Un discorso molto simile a quello portato avanti da Maria Chiara Tosi, docente allo Iuav e anch’essa aderente al progetto 2020Ve, che in una intervista al Corriere ha sottolineato come “Non c’è miglior risposta al degrado della riappropriazione sociale degli spazi. La militarizzazione non è la sola soluzione”. Anzi, a lungo termine, non è neppure una soluzione. I quartieri migliorano se si investe nel sociale, se si aiutano i cittadini a diventare protagonisti della loro città. Un quartiere non può essere rivitalizzato tralasciando il contributo di chi ci abita. “Servono luoghi dove i bambini possano giocare e i ragazzi incontrarsi – conclude la docente nella sua intervista che potete leggere integralmente a questo link. – Bisogna investire i pochi soldi che ancora ci sono nel sociale. Purtroppo a Venezia si sente il peso della mancanza di una amministrazione. I tagli del commissario al welfare hanno creato un terreno fertile al degrado e alla criminalità”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, il sociologo Gianfranco Bettin che da sempre sostiene la necessità di andare alle urne il prima possibile. “Un’osservazione contingente ma cruciale questa di Maria Grazia Tosi, che ha ben evidenziato i guasti creati dall’assenza di una gestione politica e dai pesanti tagli pesanti al welfare. Tanti, anche a sinistra, non hanno idea di quanto pesino queste cose. Dispiace che il Corriere, soprattutto nei titoli, enfatizzi una cosa che non mi pare ci sia nelle parole di Maria Chiara, e cioè la contrapposizione tra gli interventi che lei suggerisce come fondamentali e, appunto, strategici, e gli interventi tesi a ripristinare anche nell’immediato sicurezza e senso di tutela, di fiducia, nei cittadini, residenti o fruitori di alcune aree in particolare. Penso sia un errore molto grave, commesso frequentemente a sinistra, quello di contrapporre i diversi tipi di interventi. A Marghera, ad esempio, in una situazione molto critica abbiamo sostanzialmente ripreso il controllo del parco Emmer sia ripensandolo che riprogettandolo insieme ai residenti ed ai fruitori: spostando i giochi per bambini di fronte alle abitazioni, invece che lontano da esse dov’erano in origine, cosa che li aveva posti alla mercé degli spacciatori e dei vandali, animandolo con iniziative culturali, ricreative e non ultima, un orto sinergico. Abbiamo restituito al parco pulizia e decoro, ma abbiamo anche, ecco il punto, fronteggiato duramente, le bande di spacciatori e gli incivili che se ne erano impadroniti. I risultati sono stati eccellenti”.
Oggi che l’amministrazione non c’è, la situazione al parco è regredita, pur senza tornare al peggio perché la natura strutturale di alcuni interventi continua a funzionare positivamente, ma alcune insidie e ragioni di disagio si sono ripresentate.
“Si tratta – conclude il sociologo – si tratta di valutare caso per caso gli interventi da applicare, senza pregiudizi e senza ideologismi. Certo, tali interventi devono essere integrati in una visione che non può che essere quella cui allude Maria Chiara e non devono, mai, essere il centro, tanto meno propagandistico-ideologico e demagogico, dell’azione politica e amministrativa, ma non possono non esserne parte, pena l’abbandono di ampie parti della nostra popolazione ai discorsi e alle ‘ricette’ della destra e dei demagoghi di ogni tipo. Non, ripeto, per fare a costoro concorrenza ma perché la ragioni sulle quali a volte costruiscono le loro fortune sono fondate, si tratta di fondate paure e rabbie e frustrazioni dei cittadini che non possiamo dimenticare. A costo di esporsi a polemiche spesso velenose”.

Frattanto a chi, come Raffaele Speranzon di Fratelli d’Italia, chiede lo sgombero immediato dell’edificio, risponde Federico Camporese di Sel. “Commissario, questore e prefetto devono occuparsi della criminalità vera e non di chi vuole migliorare la città. In tante città d’Europa, iniziative come questa si sono rivelate fondamentali per risollevare le sorti economiche, sociali e culturali di aree della città che sembravano destinate all’oblio”.

La città espropriata della sua bellezza

polet-006Una donna. 48 anni, messicana. Una malattia giunta ad uno stadio terminale. Un desiderio. L’ultimo: il sogno romantico di vedere Venezia, prima di morire.

Ormai ridotta in carrozzella, accompagnata dal marito (perché quel viaggio doveva essere con lui), parte in aereo dal Messico per giungere nella nostra laguna.

Prende alloggio in un albergo a Preganziol. Poi, mercoledì 13 agosto, finalmente può girare per Venezia, vedere il ponte di Rialto e Piazza San Marco; girare per le calli e i campielli.

La sera, rientrata in albergo, si sente male, poco dopo muore. Forse, quel desiderio era stato così potente da darle la forza di rimanere in vita. Poi, realizzato il  sogno,  bisogna concedere al proprio individuale destino di compiersi e, la donna, si lascia morire. Leggi tutto “La città espropriata della sua bellezza”