La cultura e la crisi. Una riflessione sulla vicenda del Coses
Una vicenda che sta passando sotto silenzio è la chiusura del COSES, ente pubblico di ricerca economica, sociale e territoriale nato alla fine degli anni Sessanta per volontà degli enti locali veneziani. Concretamente si tratta del licenziamento di quattordici persone: nulla nella massa di perdite di lavoro che si registrano in questi mesi. In questo caso poi si può contare che l’Amministrazione Comunale trovi il modo di salvare almeno le persone. Ma non è questo il punto. Il punto è che una comunità senza progetto pensa di potere fare a meno del luogo dove da anni è stato accumulato il sapere sulla città e dove si sono accumulate le competenze per leggere e interpretare la realtà e fornire gli strumenti per modificarla.La chiusura del COSES, particolarmente in questo momento, è densa di significati.
Essa va letta come uno degli effetti dello strangolamento finanziario a cui sono sottoposti gli enti locali che si trovano privati degli strumenti per rispondere ai bisogni delle proprie comunità. Ma, nello stesso tempo, va letta come l’attuazione della famigerata affermazione “la cultura non si mangia”, che ha così bene descritto il pensiero di chi ci ha governato nell’ultimo decennio (non si può leggere in modo diverso la decisione della Provincia di uscire dal COSES). E ancora, i costi del COSES che si vogliono tagliare sono interpretati come costi improduttivi di un ente incapace di “stare nel mercato” e che dunque è giusto chiudere.
Se questo è lo sfondo entro cui si muove questa vicenda, c’è qualche cosa di più che va sottolineato. In questi giorni si sta discutendo un Piano di Assetto del Territorio che, comunque lo si giudichi nelle sue scelte specifiche, si caratterizza per la debolezza della visione strategica sul futuro della città. Nello stesso tempo Venezia (non è la sola peraltro) si sta dibattendo all’interno di una crisi di bilancio che non ha precedenti. E ancora le prospettive economiche della città, almeno nei suoi settori produttivi, volgono al peggio. Tutti fattori che non si risolvono con tecnicismi di piccolo cabotaggio, ma hanno bisogno di una visione e di un progetto. E la visione e il progetto hanno bisogno di luoghi capaci di elaborare e proporre. Di fronte alla crisi e alle crisi decidere di chiudere uno di questi luoghi, e il più qualificato per esperienza sulle cose della nostra città, è un altro segnale che non si capisce la natura dei problemi e la gravità dei momenti. Di fronte alla crisi, mi sarei aspettato un rilancio del COSES e un suo rafforzamento. Di fronte alla chiusura ormai decisa, mi sarei aspettato che gli enti che hanno responsabilità nella nostra città – dall’Amministrazione Comunale, alla Camera di Commercio, dalla Fondazione di Venezia, alle Università, alle associazioni di categoria – si coalizzassero nel loro interesse, per impedirla e per mantenere in vita questo luogo di eccellenza.
Il silenzio intorno alla vicenda del COSES, più di altri fatti all’onore della cronaca, dà il senso del decadimento di Venezia.
Roberto d’Agostino
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