Spazio Loco: una “pazza” idea per rigenerare la città

occupy

Proviamo a guardare lontano. Alziamo lo sguardo oltre la politica urlata dai sindaci dal pugno di ferro che invocano ronde ed inferriate. Oltre questo buoi mare di paure, sorge un’altra città. Quella città che sognano i ragazzi che hanno recuperato uno spazio di via Piave che versava da anni in stato di abbandono e degrado, con il solo obbiettivo di restituirlo alla città. Certo, non la città dei vigilantes ma la città dei cittadini capaci di interrogarsi, intervenire, riappropiarsi e gestire in democrazia il proprio territorio. Non c’è spazio per la paura in questa città. Perché, come sottolineano i ragazzi, è “la chiusura mentale che genera solamente proposte che non analizzano la complessità e le problematicità, che propongono vie risolutorie semplificatrici, banali, e non efficaci e che spesso degenerano in derive intolleranti e razziste”.

Una idea pazza? Sì, perché sono i pazzi quelli che gettano le fondamenta del futuro. Non a caso, il nome scelto dai ragazzi per questo nuovo spazio è Loco: acronimo di Laboratorio Occupato Contemporaneo. “Viviamo le strade di Mestre – raccontano – e vediamo sempre più luoghi lasciati all’abbandono e al degrado che invece potrebbero essere o diventare spazi vivi, per aiutare a migliorare le situazioni complesse dei nostri quartieri e che potrebbero arginare quelli che tutti noi consideriamo problemi reali ai quali far fronte nella nostra città. Per questo e per molto altro abbiamo deciso di riprenderci uno di questi luoghi lasciati all’abbandono: per costruire assieme a tanti e tante, studenti, precari, giovani e meno giovani, un laboratorio sociale nuovo, in grado di ricercare e discutere collettivamente le contraddizioni che il nostro territorio sta vivendo e subendo negli ultimi anni”.

Riccardo Caldura, docente all’accademia delle Belle Arti e sostenitore del Progetto 2020Ve, ha partecipato alla serata di inaugurazione del Loco. “Avevo ricevuto una cortese telefonata di uno dei promotori dell’iniziativa, al quale non potevo che estendere un mio ‘Bene, andate avanti’. Ieri sera ho rifatto un giro fra quelle sale, insieme ad uno degli artisti che vi avevano a suo tempo esposto, e che le conosce quanto me. La sensazione era stranissima, il luogo era rimasto così come lo avevamo lasciato, ancora con il muro dipinto di rosso dell’ultima installazione realizzata. Come se quattro anni non fossero trascorsi. All’ingresso, con il medesimo arredo di allora, si distribuivano spritz e birre e si organizzava una colletta di sostegno. Alle pareti manifesti, striscioni, e un pubblico di dreadlocks e jeans oversize. Ho letto un articolo di Tantucci sulla Nuova che riportava questa notizia: la prevista restituzione di 41 milioni di euro da parte del Comune a Est Capital, importo che era stato versato come anticipo sul valore realizzabile dei beni cartolarizzati.  Oltre a quell’importo, per giunta, se non ho capito male, era prevista anche la restituzione all’ente pubblico dei beni rimasti inveduti, fra i quali appunto la ex-Galleria Contemporaneo. Luogo che avevamo dovuto lasciare in tutta fretta, quattro anni fa, per ritrovarla identica ieri sera, però in fase di utilizzo come Laboratorio Occupato Contemporaneo. Non so se sia questa una risposta al degrado, ma mi chiedo se in ogni caso non sia meglio aver provato a riaprire, magari non con tutti i crismi della legalità, piuttosto che chiudere e vendere (male) o non vendere proprio”.

Un discorso molto simile a quello portato avanti da Maria Chiara Tosi, docente allo Iuav e anch’essa aderente al progetto 2020Ve, che in una intervista al Corriere ha sottolineato come “Non c’è miglior risposta al degrado della riappropriazione sociale degli spazi. La militarizzazione non è la sola soluzione”. Anzi, a lungo termine, non è neppure una soluzione. I quartieri migliorano se si investe nel sociale, se si aiutano i cittadini a diventare protagonisti della loro città. Un quartiere non può essere rivitalizzato tralasciando il contributo di chi ci abita. “Servono luoghi dove i bambini possano giocare e i ragazzi incontrarsi – conclude la docente nella sua intervista che potete leggere integralmente a questo link. – Bisogna investire i pochi soldi che ancora ci sono nel sociale. Purtroppo a Venezia si sente il peso della mancanza di una amministrazione. I tagli del commissario al welfare hanno creato un terreno fertile al degrado e alla criminalità”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, il sociologo Gianfranco Bettin che da sempre sostiene la necessità di andare alle urne il prima possibile. “Un’osservazione contingente ma cruciale questa di Maria Grazia Tosi, che ha ben evidenziato i guasti creati dall’assenza di una gestione politica e dai pesanti tagli pesanti al welfare. Tanti, anche a sinistra, non hanno idea di quanto pesino queste cose. Dispiace che il Corriere, soprattutto nei titoli, enfatizzi una cosa che non mi pare ci sia nelle parole di Maria Chiara, e cioè la contrapposizione tra gli interventi che lei suggerisce come fondamentali e, appunto, strategici, e gli interventi tesi a ripristinare anche nell’immediato sicurezza e senso di tutela, di fiducia, nei cittadini, residenti o fruitori di alcune aree in particolare. Penso sia un errore molto grave, commesso frequentemente a sinistra, quello di contrapporre i diversi tipi di interventi. A Marghera, ad esempio, in una situazione molto critica abbiamo sostanzialmente ripreso il controllo del parco Emmer sia ripensandolo che riprogettandolo insieme ai residenti ed ai fruitori: spostando i giochi per bambini di fronte alle abitazioni, invece che lontano da esse dov’erano in origine, cosa che li aveva posti alla mercé degli spacciatori e dei vandali, animandolo con iniziative culturali, ricreative e non ultima, un orto sinergico. Abbiamo restituito al parco pulizia e decoro, ma abbiamo anche, ecco il punto, fronteggiato duramente, le bande di spacciatori e gli incivili che se ne erano impadroniti. I risultati sono stati eccellenti”.
Oggi che l’amministrazione non c’è, la situazione al parco è regredita, pur senza tornare al peggio perché la natura strutturale di alcuni interventi continua a funzionare positivamente, ma alcune insidie e ragioni di disagio si sono ripresentate.
“Si tratta – conclude il sociologo – si tratta di valutare caso per caso gli interventi da applicare, senza pregiudizi e senza ideologismi. Certo, tali interventi devono essere integrati in una visione che non può che essere quella cui allude Maria Chiara e non devono, mai, essere il centro, tanto meno propagandistico-ideologico e demagogico, dell’azione politica e amministrativa, ma non possono non esserne parte, pena l’abbandono di ampie parti della nostra popolazione ai discorsi e alle ‘ricette’ della destra e dei demagoghi di ogni tipo. Non, ripeto, per fare a costoro concorrenza ma perché la ragioni sulle quali a volte costruiscono le loro fortune sono fondate, si tratta di fondate paure e rabbie e frustrazioni dei cittadini che non possiamo dimenticare. A costo di esporsi a polemiche spesso velenose”.

Frattanto a chi, come Raffaele Speranzon di Fratelli d’Italia, chiede lo sgombero immediato dell’edificio, risponde Federico Camporese di Sel. “Commissario, questore e prefetto devono occuparsi della criminalità vera e non di chi vuole migliorare la città. In tante città d’Europa, iniziative come questa si sono rivelate fondamentali per risollevare le sorti economiche, sociali e culturali di aree della città che sembravano destinate all’oblio”.

Lascia un commento