Sirat Al Bunduqiyyah, ovvero di come Venezia non è e non può essere uguale alle altre città. Un dibattito a Ca’ Sagredo

IMG_8680ridAlzare il tiro, allargare gli orizzonti, porgere tutte le vele al vento. E mi fermo qua per non annegarvi nelle metafore. Il fatto è che abbiamo bisogno di tirare sù la testa perché non ne possiamo più di una campagna elettorale che potremmo definire “minimalista” solo per non dire che son ben pochi gli stracci di candidarti che possono offrirci una visione strategica di dimensione mondiale – e non esageriamo – della Venezia che si affaccia al 2020. Una visione che vada oltre i problemi contingenti. “Problemi” da scrivere tra le virgolette, poi. Provate a chiedere alla Zaccariotto la questione del decoro e vi parlerà delle cacche dei cani in piazza, provate a pronunciare la parola (parolaccia) “sicurezza” davanti a Brugnaro e vi sparerà un pippone da infarto sui “pericolossissimi” centri sociali. Ma davvero la Venezia del 2020 si ferma qua? Noi crediamo di no. Ed ecco perché, tra le tante, troppe, iniziative elettorali che vanno in scena in questi giorni piovosi, ci fa piacere segnalare un dibattito d’altri tempi, e svoltosi ieri sera in una sala d’altri tempi, il salone della Musica dell’hotel Ca’ Sagredo. Il tema, che era già una dichiarazione di intenti, recitava “Riconquistiamo la civiltà di Venezia” e, in una campagna in cui tengono banco argomenti come il plateatico di via Paraponzipà, già aprire un dibattito del genere è una riconquista.

“E’ giusto parlare anche del plateatico, come dei tanti problemi che abbiamo in città, naturalmente – spiega Gianfranco Bettin – ma tutto dovrebbe essere inglobato in un progetto più grande, in una idea che abbiamo della nostra città e che parta dal passato per arrivare al futuro”. Venezia, ha spiegato l’ambientalista, ha saputo nel suo passato coniugare ambiente e vivibilità. trattando le sue acque come soggetto attivo e come parte integrante della sua specificità. Una civiltà mercantile e diplomatica, più che un impero militare, che dialogava col mondo intero. Così, come tutt’oggi la nostra città è sotto gli occhi del mondo. Per questo non esageravano quando, in apertura, abbiamo  scritto che la visione strategica della Venezia del 2020 deve essere di dimensioni mondiali. Anche questa deve essere una nostra riconquista. Ed è questo il decoro che vogliamo. Altro che le cacche dei cani in piazza! “Ricostruire il futuro partendo dalla nostra antica vocazione di città Stato, aperta al mondo e in simbiosi con l’ecosistema lagunare. Questo deve essere il nostro obiettivo – ha concluso Bettin – e per questo è necessario restituire a Venezia tutti quei poteri decisionali sul suo territorio che oggi non ha”.

Una visione rimarcata anche dall’altro relatore delle serata, Franco Avicolli. Uno che ti racconta di Lev Trotsky, di Garcia Marquez o di architettura contemporanea con la stessa competenza. “Parlare di come riconquistare la civiltà di Venezia significa rimettere al centro del dibattito la questione fondamentale: quale deve essere il ruolo e la struttura di una città in un mondo malato che ha perso ogni rapporto col territorio. Per questo, salvare Venezia significa salvare l’idea stessa di città. E questo lo possiamo fare solo noi: perché a Venezia è possibile realizzare idee ed opere che altrove sono impossibili”. Conclusione questa, che sarebbe sottoscritta immediatamente anche  da un certo Corto Maltese, marinaio e gentiluomo di fortuna.

Cambiare il Patto per risolvere la crisi di Venezia

di Gianfranco Bettin 

Questo è un promemoria per discutere francamente dei conti del Comune di Venezia. Nel 2010, 2011 e 2012, malgrado i feroci tagli ai trasferimenti statali (ridotti in quattro anni del 66% per Venezia, contro una media nazionale di circa il 40 %) il Comune ha messo in equilibrio, per la prima volta dopo anni, il rapporto tra entrate e uscite (oltre a ridurre l’indebitamento). Ciò è stato possibile con una rigorosa revisione della spesa, con tagli anche dolorosi ma che hanno comunque salvato il sistema di welfare municipale (una delle cose migliori che Venezia abbia prodotto nel ventesimo secolo e in questo scorcio di ventunesimo: si accettano confronti con chiunque). Nel contempo, si sono rispettati i pur ardui obiettivi posti dal Patto di stabilità: 30, 6 milioni nel 2011 e 57, 5 nel 2012.

Per ottemperare al Patto, invece, si è dovuto ricorrere ad alienazioni di immobili o di partecipazioni azionarie, e non era possibile fare altrimenti. In base alla media delle spese correnti del triennio 2007/2009 e ad altri parametri, il Patto di stabilità impone di realizzare a fine anno un certo saldo positivo tra entrate e uscite. Si può fare in più modi: tagliando la spesa (cioè riducendo sprechi, se ci sono, o tagliando servizi e prestazioni), aumentando le entrate correnti o alienando dei beni. E’ proprio così che si è riusciti a rispettare il Patto fino al 2012. Nel 2013 ciò che ha sbilanciato tutto è stata l’entità dell’obiettivo posto: l’enorme cifra di 65, 8 milioni!

Come è stata fissata questa cifra impossibile? Attraverso il trucco contabile elaborato a Roma, che ti chiede oggi, dopo che ti ha impoverito per anni, di “pagare il Patto” come se tu avessi ancora le risorse del 2007/2009. Tutti i Comuni avevano all’epoca più trasferimenti, e tutti dunque soffrono di questo trucco. Ma solo Venezia aveva allora anche i fondi di Legge speciale che poi lo Stato ha azzerato, come aveva maggiori entrate dal Casinò, e come, ancora, risulta incamerare i fondi del trasporto pubblico locale che la Regione Veneto, unica in Italia, non gira alle aziende ma fa transitare per i Comuni, gonfiandone i bilanci con risorse che i Comuni neanche vedono.

Questi tre elementi accrescono arbitrariamente l’obiettivo del Patto e per Venezia lo rendono, letteralmente, impraticabile. Se (calcoli CGIA) i fondi di Legge speciale fossero stati depurati dal conto capitale 2013 (erano pari a 46,9 milioni), il saldo attivo del Comune sarebbe salito da 34,8 milioni a 81,7 permettendo di raggiungere agevolmente l’obiettivo (65,8 milioni). Analogamente, togliendo dal saldo da raggiungere i fondi del trasporto pubblico locale, quell’obiettivo si sarebbe ridotto da 65,8 a 24 milioni circa.

In questo quadro impervio e “truccato”, il Comune si è battuto in ogni sede (nell’Anci, a Roma, in città) per cambiare i criteri del Patto, restando inascoltato. Con conseguenze devastanti, perché se non rispetti il Patto sei penalizzato con una decurtazione dei trasferimenti pari alla sanzione (oltre 17 milioni nel 2013, scontati nel 2014) che si somma al già pesante taglio ordinario e all’aumento del nuovo saldo da ottenere. Un meccanismo infernale. Dal quale si può uscire solo cambiando i fattori che determinano l’obiettivo da raggiungere.

Chi dice che non bisogna “chiedere a Roma” e che tale questione si può e si deve “risolvere a Venezia” dice una menzogna. Si può discutere di eventuali errori del passato, opinare su questa o quella spesa, ma il quadro oggi si può modificare davvero solo agendo sui fattori chiave del Patto. Non ci sono oggi sprechi né tagli possibili equivalenti alle decine di milioni che questo Patto chiede. Agire su sprechi residui, su razionalizzazioni è giusto e il Comune lavora da tempo su questo, come pure chiede da tempo di mantenere più gettito fiscale in città (con l’Iva, ad esempio) o per avere più entrate dal turismo, cosa già avvenuta tra l’altro introducendo nel 2011 la tassa di soggiorno (e si può fare di più). Ma non basta. La vera soluzione sta nel cambiare i criteri del Patto.

Si dovrebbe perciò (1) aprire subito un confronto con la Regione, affinché cambi le modalità di trasferimento dei fondi del trasporto pubblico locale; (2) far depurare dal calcolo del saldo obiettivo i pagamenti del Comune in conto capitale derivanti dai fondi di Legge speciale. Questi due soli interventi ci riporterebbero alla normalità. Naturalmente, il “buco” pregresso e così determinato, che peserebbe come un macigno sul bilancio per molti anni, se non si vuole azzerarlo (come uno Stato decente farebbe) va (3) rateizzato in almeno dieci anni, per essere sopportabile. E infine (4) va chiusa la bocca ai ciarlatani e ai nemici di Venezia che blaterano di sprechi e privilegi di una città che, con i suoi lavoratori, le sue categorie, il suo stesso esistere genera al Veneto e all’Italia molta più ricchezza di quanta non ne riceva.

versione integrale della lettera alla Nuova Venezia di lunedì 2 marzo 2015

Verso “la Via Maestra”, Giovedì 10 ottobre | ore 18 a Mestre

Link al sito web e all’appello “La Via Maestra” lanciato da Lorenza Carlassare, Don Luigi Ciotti , Maurizio Landini , Stefano Rodotà , Gustavo Zagrebelsky .

Bettin: “sicurezza come bene comune”

Ho incontrato questa mattina i rappresentanti dei sindacati della Polizia di Stato, confrontandomi sui complessi problemi della sicurezza in città. Ho presentato loro le mie proposte, in particolare l’impegno che la mia amministrazione profonderebbe nella tutela del “bene pubblico” della sicurezza, impegnandosi a integrare in un quadro unico non solo gli interventi tipici del Comune in materia (polizia municipale) ma lo stesso intervento di prevenzione e di tutela sociale, sull’esempio di quanto già parzialmente avviene in settori delicati e che io stesso, anni fa, ho contribuito ad avviare.

Estendere e rendere sistematica la collaborazione significa radicare la sicurezza su un terreno solido, dove non contano le chiacchiere e la demagogia né le proposte velleitarie (le ronde) o il fumo negli occhi (come un certo uso dei militari), bensì l’impegno e il lavoro sul campo, sulla strada e ovunque serva rassicurare la città, liberandola dai criminali, dai disonesti, dai corrotti, dai prepotenti.

Ho anche potuto constatare come resti gravissima la situazione delle risorse e degli strumenti a disposizione di chi lavora per la nostra sicurezza, anche dopo la storica manifestazione di protesta che ha portato a Roma decine di migliaia di agenti delle forze dell’ordine, cosa mai vista prima. Il governo continua a tagliare, a speculare sulla paura dei cittadini (alimentandola) e contemporaneamente lasciando le forze dell’ordine in una crisi di risorse e di personale senza precedenti, addirittura irridendole (come ha fatto il ministro Brunetta, con i “panzoni” che ha visto solo lui, forse tra i suoi colleghi di governo).

La mia amministrazione porrà la massima attenzione a questi temi, per tutelare i cittadini giovandosi della grande professionalità di tutte le forze di polizia (quella municipale compresa), istituendo un tavolo di coordinamento operativo permanente, contribuendo direttamente a colmare per quanto possibile i vuoti di risorse, strumenti, sedi, che lo Stato lascia.

Gianfranco Bettin

Candidato alle primarie della città

Venezia, 20 gennaio 2010

Gruppo di lavoro pubblico con Gianfranco Bettin sul settore agroalimentare veneziano / Mestre, “La Vida Nova”, piazzale Candiani

E’ possibile pensare agli imprenditori del settore agro-alimentare come ai primi, fondamentali, operatori della tutela ambientale? Quali metodi agricoli, di allevamento e pesca devono essere incentivati per favorire l’affermarsi di tale approccio? Quali pratiche di trasformazione, distribuzione e vendita? Può l’amministrazione locale trovare in tali ambiti un proprio spazio di manovra per inventarsi nuove ed efficaci pratiche di salvaguardia del territorio e della salute dei suoi cittadini? E’ legittimo chiederle interventi capaci di costruire nuove virtuose relazioni tra tessuto urbano e paesaggio rurale?
Come sostenitrici e sostenitori della candidatura di Gianfranco Bettin alle primarie del centrosinistra ti invitiamo ad un gruppo di lavoro pubblico su questi argomenti. Vorremmo verificare anche con te la correttezze delle domande che qui abbiamo proposto e, per quelle che ci sembreranno sensate, iniziare a costruire delle risposte. L’intento è quello di pensare a forme di tutela del territorio che includano tra le proprie pratiche anche la promozione del prodotto tipico locale.
Lavorare in quest’ottica significa, secondo noi, formulare delle ipotesi in grado di scostarsi dal modello di sostegno basato sulle sagre paesane e sulle esposizioni alimentari. Vuole dire anzitutto maturare la consapevolezza che il termine “tipico”, di per sé, non mette al riparo dalle insidie di una macchina produttiva che sovente risponde a logiche tutt’altro che locali e favorisce, invece, lo sperpero delle risorse naturali del globo, impone remunerazioni bassissime ai produttori, infligge terribili crudeltà agli animali da macello, suggerisce stili alimentari dannosi alla nostra salute.
Il prodotto locale deve invece distinguersi come il frutto di processi altri, rispettosi dell’ecosistema, degli animali allevati, della dignità del lavoro e della salute umana. Soltanto in questo caso diviene il simbolo della ricchezza ambientale, paesaggistica e culturale di un territorio e merita, quindi, di essere tutelato. La salvaguardia così intesa può diventare il cardine di un progetto di governo locale anche per la nostra città e renderla uno dei simboli del buon vivere in Italia ed in Europa. Essa implica la realizzazione di una lunga serie di interventi che elenchiamo in forma non esaustiva: consolidare le esperienze imprenditoriali di produzione ecocompatibile e lavorare affinché possano nascerne di nuove; individuare aree della laguna e della
terraferma dove attivare incubatori di nuove imprese artigiane dedite alla trasformazione degli alimenti; sperimentare nuove forme di distribuzione a basso impatto ambientale; ridisegnare la mobilità per favorire la vendita diretta in azienda assicurando ai consumatori
qualità e sicurezza e ai produttori un equo compenso per il proprio lavoro; favorire la nascita di orti urbani per recuperare aree verdi dismesse o per rendere meno oneroso il mantenimento di quelle già esistenti; promuovere attraverso marchi De.co, denominazione di origine comunale, la “cru” veneziana ed offrire vantaggiose opportunità di mercato ai prodotti tutelati; stimolare la nascita di nuove attività nel settore terziario con particolare attenzione alla gastronomia e al marketing. Lo ripetiamo: l’elenco è incompleto e disomogeneo.
Vorremmo appunto dare organicità a tutto questo e misurarci con la costruzione di un’ipotesi di programma realizzabile, un modello applicabile e funzionante da consegnare alla prossima Giunta che governerà la città. Siamo certi che il tuo contributo potrà essere prezioso anche per aiutarci a formulare le tante altre domande che noi non siamo stati in grado di immaginare.

L’iniziativa si terrà giovedì 21 gennaio alle ore 18:00 presso il Ristorante “La Vida Nova” di P.le Candiani, Mestre (Ve).

Michele Savorgnano, Enrico Sambo, Giannandrea Mencini, Silvia Comiati, Mario Spinelli, Paolo Cacciari