Il suicidio di Pateh, oltre le polemiche. Parla Gianfranco Bettin

(tratto da Ytali. com) di Claudio Madricardo – Secondo le testimonianze raccolte, Pateh Sabally, kl giovane gambiano , era venuto a Venezia per suicidarsi. Lo conferma lo stesso cugino Muhammed che ne parla come di un ragazzo fragile, reso ancor più fragile dalla situazione in cui si è trovato a vivere quando è arrivato in Italia.
Pare essere questo il motivo che sta alla base di quanto accaduto, anche se l’ultima tragedia in ordine di tempo che colpisce la realtà dei migranti ha spinto qualcuno a criticare la mancanza di generosità e perfino di eroismo che non avrebbe consentito di salvare il ragazzo.
L’ennesima polemica che imperversa nei social all’indomani dell’incredibile e agghiacciante fine di Pateh. Ma una polemica del tutto fuori posto, secondo il sociologo Gianfranco Bettin che abbiamo voluto sentire per una riflessione sull’accaduto. Bettin punta piuttosto il dito su quelli che, secondo lui, sono i veri problemi e le vere colpe che stanno alla base della fine di una giovane vita.

Il gesto di Pateh Sabally ha occupato il palcoscenico di una città vetrina generalmente usa a ospitare altri spettacoli. Se nella sua scelta c’erano un grido e una denuncia, il messaggio ha colpito violentemente le coscienze, ma ancora una volta rischia di essere frainteso, o classificato nella categoria del dolore. La prima cosa che vorrei chiederti è se in questa vicenda siamo in presenza di un salto di qualità dell’indifferenza. 
Ho l’impressione che in questa vicenda non ci sia nulla di significativamente diverso dal solito, salvo il fatto che siamo di fronte a un gesto inconsueto che ha provocato poi una certa discussione. Essa, a tutt’oggi, ha riguardato i commenti alle battute che si sentono nei video che sono circolate in rete. Oltre al fatto che nessuno si sia buttato in acqua per salvarlo. Alla fin fine cose del tutto fuori posto, perché è evidente che la gente pensava di essere di fronte a una bravata, e quando si è accorta che stava accadendo qualcosa di grave, gli interventi sono stati immediati.

Pateh aveva tre salvagenti e delle barche vicine.
Esatto. Allora il problema è un altro, e riguarda una persona che cercava speranza e che è diventata ancora più disperata venendo in Italia fino al punto di farla finita nel modo più plateale. Per gridare la propria disperazione nel modo più forte possibile. Di questo nessuno parla. Si blatera del presunto mancato eroismo da parte di qualche eroe da tastiera, secondo il quale uno si sarebbe dovuto buttare in pieno gennaio immediatamente in acqua per salvarlo, anche se Pateh aveva tre salvagenti a portata di mano.

Quindi non vedi nulla di nuovo?
Su questo punto non mi pare sia successo nulla di nuovo. Parlo dello scandalo della mancata capacità di accoglienza degna e di organizzazione delle cose in modo che le persone che vengono qua a cercare speranza, almeno un po’ ne trovino.

Quelle grida di dileggio lanciate da qualcuno che assisteva all’annegamento, quasi uno sfottò, non ti pare siano la spia di una situazione di saturazione? 
Sicuramente sono la spia di altre cose. Io nego che il “neghite” voglia dire annega negro, rifugiato o profugo. Credo che sia stato pronunciato da qualcuno che pensava di star assistendo a una bravata. Non credo si possa collegare questo fatto ad atteggiamenti razzisti o xenofobi più di tanto. Penso che l’accaduto vada collegato allo scandalo della mancata accoglienza degna. Quanto alla saturazione, essa è l’effetto che una politica insensata sull’accoglienza sta provocando in tutto il paese, e soprattutto nelle aree maggiormente interessate dall’arrivo dei richiedenti asilo.

Di chi la colpa?
Ha a che fare, da una parte, con un governo che su questo punto è da almeno quindici anni incapace. Dall’altra, con una chiusura opportunista a livello locale. I giornali di stamattina riportano che il presidente della Regione Veneto Zaia è contro anche all’accoglienza diffusa. E bada che essa non significa portare altri profughi oltre a quelli che ci sono già in regione. Ma vuol dire ridistribuire quelli già sul territorio e che attualmente sono ospitati in posti indegni come Cona.

Bene, ma la saturazione?
La saturazione è prodotta dal fatto che la politica a livello locale e nazionale è incapace e vigliacca. E opportunista. Questo è il punto che sta alla base di tragedie come quelle di Venezia o quella recente di Cona. E in questo quadro può starci che qualcuno possa anche aver detto qualche stronzata in Canal Grande indirizzandosi a Sabally, anche se non mi sembra essere l’elemento prevalente e significativo di questa tragedia. Ma l’effetto di saturazione di cui mi chiedi esiste specialmente in un Veneto in cui quasi tutte le autorità locali, sindaci e presidente di regione, fanno a gara per rendere ancor più ingovernabile questa vicenda speculando sul senso di paura e sull’insicurezza.

Quindi nessun altro problema riguardo all’immigrazione?
No, detto questo, i problemi veri ci sono, ma sono esasperati da quest’atteggiamento. E non è che questo modo di fare rende più governabile e gestibile il problema. Lo rende più ingovernabile, e quindi aumenta la paura che evoca e il disordine che paventa. È una storia che si ripete da dieci quindici anni senza che nessuno a livello locale né a quello centrale spezzi il cerchio. E dovremo convivere con questa situazione ancora a lungo se non cambia questa politica demenziale e disumana assieme, perché non serve a nessuno. Serve solo a chi a turno sta all’opposizione, perché se al governo del paese ci fosse la Lega, farebbe esattamente le stesse cose, e lo pagherebbe elettoralmente. Ora al governo c’è una specie di centrosinistra, e lo scotto elettorale lo pagherà lui. Ma non si risolverà mai il problema se continua questa impostazione. E continueranno le tragedie. E l’esasperazione della gente.

Hai accennato ai problemi reali. Quali sono?
Bisogna far arrivare la gente in Italia in modo regolare creando dei canali umanitari. Dei punti di raccordo sull’altra sponda in modo che tutti siano identificati, degli hub di prima accoglienza e di una forma di accoglienza diffusa nel territorio in modo che tutto sia registrabile e trasparente. Sapendo che quell’investimento non va a regalare soldi a dei nullafacenti, ma crea impresa sociale, operatori e gestori. Crea servizi ed economia, arricchisce l’economia dei luoghi dove si fanno questi interventi. Naturalmente tutto in modo trasparente, e non con il sistema delle cooperative degli amici degli amici, che prosperano in modo opaco come accade oggi che si fa accoglienza in modo emergenziale.

Come cambiare?
L’accoglienza va organizzata come un’impresa sociale, il che significa ordine e trasparenza. E keynesianamente diventa allora un circuito economico virtuoso. Possibile che solo il crimine capisca che è un business? E quindi ne faccia un business criminale? Dovrebbe capirlo anche uno stato moderno che rispondere a un problema sociale epocale significa attuare un suo dovere garantendo dei diritti elementari umani, e contemporaneamente ridurre la paura e il disordine. Creare maggior benessere sociale e anche generare investimenti che ti ritornano in modo virtuoso. Ma ti sembra possibile che non abbiamo un ministero dell’immigrazione? Con i cambiamenti climatici, quello dell’immigrazione è un problema epocale centrale. C’è solo su sottosegretariato della presidenza del consiglio, affidato a dei prefetti che non capiscono nulla d’impatto sociale, e che eseguono tutti degli input di tipo politico dettati sempre da una logica emergenziale. È come se il nostro paese non avesse un ministero dell’ambiente o dei lavori pubblici.

Cosa pensi della recente proposta di impiegare in lavori socialmente utili i migranti in arrivo nel nostro paese?
Mi sembra certo interessante se non entra in conflitto con i lavori socialmente utili riservati a chi perde il lavoro e che quindi viene riutilizzato. Bisognerebbe trovare il modo per svolgere i lavori che sono al di fuori del pacchetto dei lavori socialmente utili. Il che è possibilissimo, specialmente se lo fai assieme ai comuni. Il patto potrebbe essere appunto un’accoglienza in cambio di lavori che non rientrerebbero comunque nel giro dei lavori affidati come utili. Un’altra cosa che potrebbe essere fattibile riguarda quelli che sono in possesso di permesso di soggiorno come richiedenti asilo e sono in attesa che venga valutata la loro domanda, ai quali potrebbe essere dato il permesso di ricerca di lavoro. Insomma si potrebbero fare diverse cose che non lascino i richiedenti asilo a immalinconirsi e a intristirsi nei centri di accoglienza senza fare nulla. In attesa che gli eterni iter burocratici per avere una decisione sulla richiesta di soggiorno abbiano fine. Nel frattempo vegetando, o passando le giornate a giocare a calcetto. È una situazione pazzesca che ha dietro di sé come forza di gravità che produce questa inerzia devastante la mancanza di una macchina volta a generare dinamicità e giustizia nell’accoglienza. C’è tutta la logica emergenziale che finisce per ingolfare tutto.

Non si è imparato nulla in questi anni?
In tutto quanto sta accadendo non c’è nulla di razionale dopo dieci dodici anni di emergenza. Il primo boom dell’immigrazione negli anni Novanta ci avrebbe dovuto insegnare. E invece non ci ha insegnato nulla perché la classe politica continua a gestire in termini emergenziali qualcosa che è invece strutturale. Il cuore del problema credo sia proprio questo. Tu puoi leggere singoli episodi come quello di Cona o di Pateh Sabally, ma è questo lo sfondo che te li spiega davvero. Quanto al ragazzo del Gambia mi sembra fondato che abbia voluto lasciarsi morire. E che forse l’abbia voluto fare in modo così plateale per gridare più forte la propria disperazione. Una disperazione che un paese in cui era venuto a cercare un minimo di speranza scappando dal suo dove non ne aveva ha saputo solo acuire.

Lettera aperta “in comune”

Condivido il programma e le idee di uno sviluppo della nostra città abbozzate e dibattute da voi durante la campagna delle primarie. Nutro infatti riserve e perplessità su ciò che in generale nelle discussioni pubbliche e nella mentalità del mondo politico italiano non viene recepito ed affrontato: la questione di una coesione sociale e di una normale e feconda convivenza civile intesa come indispensabile sfondo, oltreché propulsore, per uno sviluppo economico sociale e culturale.

Ne consegue una vastissima gamma di questioni correlate anche al rapido, consistente ed inesorabile fenomeno dell’immigrazione: dalla pianificazione urbana e territoriale, ai servizi sociali, alla creazione di aree di esclusione e di apartide urbana e residenziale, al rispetto dei diritti, ivi compresi i diritti umani ecc…

I tragici fatti che succedono ormai a ritmi sempre più frequenti in Italia, l’ultimo solo qualche giorno fa in via Padova a Milano, non costituiscono purtroppo un paradigma a valere per il futuro in altre città e situazioni potenzialmente a rischio come Venezia- Mestre. L’unica reazione a questi fatti tragici è il solito e triste gioco politico di parte, messo in scena da una politica paralizzata dalla ricerca di consenso e inetta nel progettare e governare la metropoli.

Mestre non è un’ isola felice e intanto il disagio c’è e si accumula sempre più, sia tra una parte della popolazione autoctona, sia tra i cittadini stranieri. Se non ci sarà un sussulto di lucidità e di lungimiranza, la città rischia di trasformarsi in luogo di reiterazione degli avvenimenti accaduti a Milano, Torino, Rosario… I governanti o gli amministratori non sono soltanto responsabili di ciò che fanno durante una legislatura, ma sono anche responsabili di ciò che avrebbero potuto e dovuto  fare per il futuro dei cittadini.

La ghettizzazione degli immigrati e la storia dei ghetti urbani comincia con un palazzo degradato e fatiscente, un tetto che fa acqua dappertutto, una facciata da rifare, il riscaldamento fuori uso e gli inquilini che non riescono a mettersi d’accordo per i lavori di ristrutturazione che vengono rimandati di anno in anno. La situazione rende impossibile affittare questi appartamenti agli italiani e così fa il suo ingresso la prima famiglia immigrata e a questo punto il copione è già scritto: odori di cucina che invadono il palazzo, screzi per il baccano notturno, affollamento degli appartamenti perchè è chiaro che un immigrato, pur di avere un tetto e poter pagare l’affitto (che secondo il SUNIA è mediamente del 30% più caro per gli stranieri che presto diventeranno la maggioranza nel condominio) è disposto a vivere anche in dieci persone in pochi metri quadrati.

Il degrado richiama altri immigrati e a poco a poco da un palazzo la situazione si estende ad altri e così si formano vie e quartieri segregati, ma solo a questo punto si prende atto del problema anziché prevenirlo in tempo con opportuni strumenti e politiche urbane e abitative mirate e adeguate.

È questo il processo già in atto a Mestre per risolvere il quale non sono concessi tentennamenti o rinvii ulteriori.

Sono contento che mi sia stato proposto di unirmi a voi, ma confido non solo come immigrato bensì come cittadino che vive da quarant’anni in questa città. La cosa per me ha senso solo se la mia posizione è da voi realmente e consapevolmente recepita ed io di conseguenza possa essere messo in condizione di condividere insieme a voi in modo attivo e con la mia sensibilità la campagna elettorale ed il dialogo con la cittadinanza.

Golam Reza Mohammad Rashidy